Cinema

A Day and a Half: un dramma sugli ostaggi crudo e di grande intensità emotiva

Molly Se-kyung
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La pistola è già in mano ad Artan, prima ancora che capiamo perché debba averla. L’esordio alla regia di Fares Fares, A Day and a Half, ci catapulta in una presa di ostaggi in una clinica con l’urgenza di una sirena d’ambulanza. Artan, interpretato da Alexej Manvelov, è un padre disperato armato di pistola e pretende di vedere la figlia: a sbarrargli la strada c’è soltanto la moglie da cui è separato, Louise (Alma Pöysti). L’incipit del film è semplice ma efficace: siamo noi a doverci mettere al passo con la storia, non il contrario.

Ne nasce un thriller teso, incentrato sui personaggi, che porta gradualmente alla luce le ferite della relazione ormai spezzata tra Artan e Louise. I due si mettono in viaggio in auto in una situazione ad altissima tensione, accompagnati dall’agente di polizia Lukas (lo stesso Fares). La sceneggiatura, scritta da Fares insieme a Peter Smirnakos, tiene in equilibrio il pericolo immediato rappresentato dal sequestro di ostaggi con le ferite emotive più profonde che hanno condotto Artan fin lì. Manvelov offre un’interpretazione viscerale e senza filtri: in ogni scena si avverte la disperazione del suo personaggio. Pöysti è altrettanto convincente nei panni di Louise; la sua forza silenziosa e la sua vulnerabilità la rendono una degna controparte dell’intensità imprevedibile di Artan.

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Il ritmo è uno dei punti di forza più evidenti del film. La narrazione procede spedita: ogni capitolo svela nuovi aspetti del passato dei personaggi, senza mai dare l’impressione di correre troppo o di diventare confusa. La struttura del viaggio in auto offre ad Artan e Louise l’occasione di parlare a tu per tu e porta a galla le verità più dolorose del loro matrimonio: la psicosi post-partum, l’infedeltà e gli scontri culturali con la famiglia di Louise. Stina Ekblad e Bengt C.W. Carlsson si fanno notare nei panni, rispettivamente, della madre ipercritica e del padre razzista di Louise, aggiungendo tensioni che vanno ben oltre la presa di ostaggi.

La regia di Fares è sicura, soprattutto nei momenti più intimi. Il regista lascia che la macchina da presa si soffermi sui volti dei personaggi, cogliendone le sfumature emotive con uno sguardo saldo e senza esitazioni. I primi piani durante le discussioni più accese e gli scambi più teneri ci trascinano nel loro mondo interiore, rendendo il loro dolore e il loro desiderio profondamente personali.

A Day and a Half, tuttavia, non è privo di difetti. A tratti il film fatica a tenere insieme la dimensione personale e quella politica. L’esplorazione delle origini albanesi di Artan e della xenofobia della famiglia di Louise aggiunge spessore, ma talvolta sembra inserita a forza, anziché integrarsi naturalmente nella storia. Inoltre, il finale, pur appagante sul piano emotivo, punta molto su una conclusione speranzosa che sfiora il sentimentalismo.

Le interpretazioni sono il principale punto di forza del film. Artan, nella versione di Manvelov, è una lezione di caos controllato: un personaggio al tempo stesso terrificante e profondamente capace di suscitare empatia. Anche Louise, interpretata da Pöysti, è ricca di sfumature; la sua silenziosa capacità di resistere la rende un efficace contrappunto all’imprevedibilità di Artan. Fares è misurato ma incisivo nel ruolo di Lukas e porta una presenza concreta nel mezzo del tumulto emotivo.

Il film sfrutta con efficacia anche l’ambientazione. La struttura del viaggio in auto crea un senso di claustrofobia e tensione difficile da ottenere in uno scenario più statico. L’auto diventa un personaggio a sé: uno spazio chiuso in cui le emozioni finiscono per esplodere e i segreti vengono allo scoperto.

Dal punto di vista del genere, A Day and a Half si muove con disinvoltura sul confine tra thriller e dramma. È un film che vive di suspense, ma che è altrettanto interessato a esplorare la condizione umana. Questa duplice natura lo rende una visione coinvolgente per gli appassionati di entrambi i generi, anche se potrebbe non soddisfare chi cerca soltanto azione adrenalinica.

Dal punto di vista tematico, il film affronta le complessità della genitorialità, dell’amore e della perdita. Si interroga su ciò a cui siamo disposti a rinunciare per i nostri figli e fin dove possiamo spingerci per proteggerli. Questi temi sono trattati con una maturità e una profondità che distinguono A Day and a Half dai thriller più convenzionali.

In definitiva, A Day and a Half è un’intensa esplorazione del dolore, della disperazione e di ciò che un genitore è disposto a fare per il proprio figlio. La regia di Fares è sicura e l’interpretazione di Manvelov spicca su tutte.

Cast

Foto: The Movie Database (TMDB)

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