Arte

Art Week NYC: dopo la residenza al Met, l’artista egiziano Ibrahim Said fa del tempo una materia

La seconda personale di Ibrahim Said da Yossi Milo chiude la sua residenza Met–Vacheron Constantin con terrecotte traforate sul tempo stratificato
Lisbeth Thalberg
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Per un vasaio cresciuto tra le fornaci di Fustat, l’antico quartiere della ceramica del Cairo dove l’argilla si cuoce da secoli, il tempo non è un’astrazione ma un materiale di lavoro. Ibrahim Said ha trascorso l’ultimo anno e mezzo dentro la collezione del Metropolitan Museum of Art, e il corpus di opere nato da quel periodo riempie ora le sale di Yossi Milo a Chelsea sotto un titolo che riassume tutta la sua proposta: Shaping Time (Dare forma al tempo).

La galleria è una delle tappe della Chelsea Gallery Evening di Art Week NYC, il nuovo festival cittadino che Artforum presenta insieme ad ARTnews e Art in America, e la mostra di Said è ciò che i visitatori troveranno all’interno. È la sua seconda personale con Yossi Milo e arriva mentre conclude il suo percorso come uno dei tre artisti inaugurali dell’Artisan Residency del Met e della maison orologiera svizzera Vacheron Constantin, un programma dedicato alla tutela e alla reinterpretazione dell’artigianato tradizionale che gli ha garantito un accesso continuativo alle raccolte del museo.

Clusters of geometric ceramic plates on the wall and a sculptural earthenware form on a plinth by Ibrahim Said
Installation view, Ibrahim Said: Shaping Time. Image: courtesy Yossi Milo, New York

Conviene partire da ciò che c’è davvero nella sala. I vasi si innalzano sui plinti in forme sovrapposte, a doppio corpo, con le pareti traforate in grate così fitte che la luce entra nell’argilla. Su una parete, decine di piccoli piatti geometrici si raccolgono in grappoli che si leggono come un unico motivo che oltrepassa i propri bordi. La terracotta è forata, piegata e specchiata, e il lavoro resta visibile: ogni apertura è una decisione presa a mano.

Nel testo della mostra, la galleria descrive il tempo non come una linea che va dal passato al futuro, ma come una condizione stratificata in cui storie e futuri immaginati continuano a sovrapporsi. Said si muove tra il tempo lineare e le strutture più ampie del tempo sacro, spirituale e cosmico, e due tradizioni sostengono il discorso. Dall’arte dell’antico Egitto prende la scala come linguaggio della gerarchia e dell’aldilà. Dalla geometria islamica, la ripetizione come figura dell’infinito: grate, esagoni, la stella di David a sei punte e la croce copta incastonata di forme stellari, unite e moltiplicate l’una nell’altra. Invece di fondere questi vocabolari religiosi in uno solo, cerca, con le parole della galleria, un’umanità comune all’interno dell’esperienza religiosa.

È questa la scelta decisiva: il motivo come durata. Una superficie traforata è la registrazione delle ore che è costato intagliarla, e Said lascia che quella registrazione diventi il contenuto dell’opera. Le forme antiche non sono trattate come reliquie né contrapposte al futuro, e alcuni pezzi sembrano quasi futuristi. Lo stesso oggetto guarda in entrambe le direzioni.

Five tall perforated earthenware vessels by Ibrahim Said in a row on white plinths
Installation view, Ibrahim Said: Shaping Time. Image: courtesy Yossi Milo, New York

Nato al Cairo nel 1976 e oggi residente in North Carolina, Said è già presente nelle collezioni del Victoria and Albert Museum, del Philadelphia Museum of Art e del National Museum of Scotland, tra le altre istituzioni. Il Brooklyn Museum ha acquisito il suo Hourglass nel 2024, l’anno in cui ha ricevuto il Maxwell/Hanrahan Award in Craft, e nel 2025 la Renwick Gallery dello Smithsonian ha acquisito Reflection.

Shaping Time ha aperto il 22 ottobre e resta visibile fino al 9 gennaio 2027 da Yossi Milo, 245 Tenth Avenue. La Chelsea Gallery Evening si tiene giovedì 12 novembre, dalle 18 alle 20 (ora di New York), nel pieno di un’Art Week NYC in programma dall’11 al 14 novembre. La galleria è aperta dal martedì al sabato, dalle 10 alle 18.

Per un artista il cui materiale conserva ogni segno della mano che lo ha plasmato, diciotto mesi tra gli oggetti del Met non potevano produrre nostalgia. Hanno prodotto una sala in cui il passato si legge come un altro tempo verbale del presente.

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