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This Is a Gardening Show su Netflix: l’umorismo che insegna a sfamarsi

Jun Satō

C’è un tipo di messaggio che il pubblico ha imparato a processare senza lasciarsene toccare. Il discorso ambientale, la crisi alimentare, la fragilità del sistema di approvvigionamento: tutto documentato, tutto condiviso, tutto archiviato senza conseguenze pratiche. This Is a Gardening Show, la nuova serie di Netflix con Zach Galifianakis, parte esattamente da questa impasse — e scommette che l’umorismo sia il solo vettore ancora in grado di aggirare le difese che il pubblico ha costruito nel tempo. Non come consolazione. Come strategia.

Galifianakis coltiva il suo orto da venticinque anni. Vive sull’isola Denman, nelle Gulf Islands della Columbia Britannica canadese, dove si è trasferito con la moglie Quinn Lundberg dopo la nascita del loro primo figlio. La serie non è nata da un’opportunità televisiva — è nata da una vita reale, da un uomo che fa il compostaggio con gusci di ostriche macinati e che ha raccontato al Globe and Mail di voler capire «il modo vecchio, non quello moderno» di lavorare la terra. Questa credenziale biografica è la ragione per cui il format funziona: non c’è distanza tra il personaggio in scena e la persona dietro la telecamera.

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L’innovazione strutturale della serie non è il comico. È il triangolo delle interviste. In ogni episodio, Galifianakis conversa sia con bambini curiosi sia con agricoltori di mercato esperti — a volte nella stessa sequenza. Il bambino pone la domanda che l’adulto avrebbe vergogna di fare. L’agricoltore, che gestisce colture in policoltura, conserva varietà heirloom e organizza i propri cicli di semina secondo la zona di rusticità e le date del gelo, risponde come se la domanda fosse ovvia. Galifianakis tiene lo spazio tra i due con il suo deadpan — la stessa lunga pausa che in Between Two Ferns serviva a destabilizzare gli ospiti famosi. Qui quella pausa fa l’opposto: crea il silenzio perché sia l’agricoltore ad avere l’ultima parola. Ciò che Galifianakis ha tolto dalla propria grammatica è la crudeltà. Ciò che ha conservato è la deferenza.

RadicalMedia, la casa di produzione dietro Summer of Soul (Oscar per il miglior documentario 2021), Abstract: The Art of Design e My Next Guest Needs No Introduction, porta un vocabolario visivo da documentario di prestigio che un produttore di contenuti lifestyle non raggiungerebbe. Il formato breve — quindici-venti minuti a episodio — non è una concessione all’attenzione ridotta del pubblico: è una scelta che tollera la digressione, resiste a una battuta che non funziona e permette a diverse voci esperte di succedersi senza forzare conclusioni premature. Il regista Brook Linder ha descritto le riprese come la formalizzazione di conversazioni che Galifianakis cercava di avere da anni. Non è una descrizione di comodo: è la ragione per cui il materiale funziona.

La geografia della serie non è decorativa. L’isola di Vancouver e le Gulf Islands del sud della Columbia Britannica costituiscono un ecosistema specifico di sicurezza alimentare — una delle reti di agricoltura su piccola scala più sviluppate della costa del Pacifico, potenziata dalla migrazione post-pandemica di nordamericani urbani alla ricerca di una qualche forma di autosufficienza. Arzeena Hamir, attivista per la sovranità alimentare e co-proprietaria di Amara Farm nel Comox Valley, è una delle agricoltrici presenti nella serie. Amara non è una scenografia: è un’azienda agricola in policoltura attiva, integrata nel sistema alimentare della provincia. Hamir ha osservato pubblicamente che il tempismo della produzione è significativo, data la convergenza tra la volatilità dei prezzi alimentari mondiali e un interesse crescente per i sistemi locali di approvvigionamento.

Galifianakis è stato esplicito, fuori dagli episodi, su ciò che la serie sta effettivamente facendo. «Il modo in cui otteniamo il cibo in questo momento è molto perverso», ha dichiarato a Variety. A CBC News ha aggiunto che «potrebbe esserci una grande tempesta in arrivo, climaticamente parlando» e che vuole che i bambini abbiano gli strumenti per adattarsi. Queste affermazioni non compaiono nei sei episodi nella stessa forma — ne costituiscono la struttura portante.

This Is a Gardening Show
This Is a Gardening Show

Ciò che la serie non può risolvere — e che nessuna serie può risolvere — è la domanda che apre senza chiudere: l’umorismo cambia davvero il comportamento, o si limita a rendere più confortevole l’inazione? Lo spettatore che guarda tutti e sei gli episodi, impara che il letame di cavallo è l’emendamento del suolo per eccellenza, capisce la logica della rotazione delle colture e trova il tutto sinceramente divertente, ha vissuto un’esperienza reale. Se poi pianta qualcosa, lo decide da solo. La scommessa della serie è che la commedia sia il cavallo di Troia che passa dove il documentario militante si è fermato. È una scommessa onesta. È anche una scommessa il cui esito la serie non vedrà mai.

This Is a Gardening Show è disponibile su Netflix dal 22 aprile 2026, Giornata della Terra. Sei episodi da quindici a venti minuti. Regia di Brook Linder. Prodotto da Chris Kim. Produttori esecutivi: Zach Galifianakis, Frank Scherma e Jon Kamen. Una produzione RadicalMedia in associazione con Billios Productions.

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