Documentari

Costa Concordia: incubo in mare — il naufragio raccontato dai sopravvissuti, su Netflix

Camille Lefèvre

A bordo di una nave grande come una piccola città c’erano più di quattromila persone, alle quali era stata venduta una promessa silenziosa: che lì nulla potesse andare davvero storto. La Costa Concordia ha passato le sue ultime ore a smontare quella promessa. Non è affondata in una tempesta né in una collisione nella nebbia. Si è rovesciata perché la plancia l’ha avvicinata a un’isola per salutare la costa.

Costa Concordia: incubo in mare torna al naufragio davanti all’isola del Giglio e si rifiuta di trattarlo come un incidente. Al centro di quella notte c’è l’inchino, il saluto di passaggio: un comandante che porta una nave da 114.000 tonnellate vicino alla costa perché i passeggeri si accalchino al parapetto e il paese veda scorrere le luci. Era un numero, ripetuto prima e applaudito dopo. Il documentario ricostruisce la notte in cui quel numero ha urtato uno scoglio, a partire da immagini inedite e dalle testimonianze di chi si trovava su quei ponti.

Il metodo del film è il suo argomento. Invece di una ricostruzione con attori, si affida a ciò che i sopravvissuti hanno portato via dalla nave in tasca. I telefoni hanno continuato a filmare nei corridoi quando l’inclinazione del pavimento ha superato l’angolo oltre il quale un corridoio smette di esserlo. L’audio della plancia esiste ancora. Esiste anche lo scambio via radio che presto tutta l’Italia avrebbe saputo a memoria: un ufficiale della guardia costiera che ordina al comandante di risalire sulla nave che aveva già lasciato. Il film lascia scorrere quelle registrazioni invece di commentarle.

Per chi arriva senza i dettagli, i fatti sono agli atti. La Costa Concordia ha urtato gli scogli delle Scole e si è aperta per una settantina di metri sul fianco di sinistra. L’acqua ha raggiunto le sale macchine, la nave ha perso la propulsione, è tornata alla deriva verso il Giglio e si è arenata sul fianco in acque basse. Sono morte trentadue persone. La maggior parte è sopravvissuta a un’evacuazione caotica che avrebbe dovuto iniziare molto prima, e in quel ritardo abita gran parte dell’orrore.

Il comandante è diventato la storia, ed era la parte comoda. Francesco Schettino è stato processato, condannato per più omicidi e per aver causato il naufragio, a sedici anni. Lo si è reso il volto unico di un fallimento dai molti autori: una cultura dell’inchino che nessun ente aveva vietato, un ordine di abbandono nave arrivato tardi, una catena di piccole concessioni ben al di sopra di un solo uomo. Nominarlo ha chiuso il caso. Non ha mai spiegato perché un gesto per gli spettatori potesse pesare più della sicurezza di tutti quelli sotto di loro.

È la domanda che il film tiene aperta, ed è quella giusta, perché nulla di ciò che è venuto dopo le risponde. Lo scafo è stato raddrizzato nel 2013 in una delle più grandi operazioni di recupero mai tentate, poi rimorchiato a Genova per la demolizione. Il processo ha fatto il suo corso. I titoli sono passati. Niente di tutto questo restituisce uno solo dei trentadue, e al film interessa meno chi tenesse il timone che il perché tenerlo fosse mai uno spettacolo.

È qui che la distanza di oltre un decennio rende. I primi documentari sulla Concordia furono girati con la nave ancora su un fianco e il processo non iniziato; cercarono, inevitabilmente, il colpevole. Con gli anni tra l’evento e il montaggio, i sopravvissuti parlano in modo diverso. Scaricata l’adrenalina, resta qualcosa di più difficile da liquidare: la memoria concreta di una scala con l’angolo sbagliato, di un giubbotto passato a uno sconosciuto, del calcolo esatto di quando saltare.

Il documentario si inserisce inoltre in un filone riconoscibile di Netflix, quello del cinema di catastrofe che sostiene una tesi scomoda: gran parte dei disastri descritti come eventi eccezionali erano, visti da vicino, pratiche normali rimaste un giorno senza fortuna. Costa Concordia: incubo in mare dura ottantasette minuti e arriva su Netflix il 10 luglio 2026. Racconta il naufragio del 2012 davanti all’isola toscana del Giglio e, per una storia che si crede di conoscere dal nome di un comandante, avanza un argomento più duraturo: il peggio di quella notte fu quanto fosse diventata di routine la decisione che la provocò.

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