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Novak Djokovic: The Wolf in Winter, su Prime Video il campione che non smette di cacciare

Jack T. Taylor

Un lupo in inverno è un predatore a cui la stagione si è messa contro. Il branco si assottiglia, la preda scarseggia, i giovani girano più vicini di prima, e il vecchio animale continua comunque a cacciare, perché cacciare è l’unica cosa che abbia mai saputo essere. È la cornice che Prime Video sceglie per il suo documentario su Novak Djokovic, ed è una scelta più dura e più giusta di un elenco di trofei. All’uomo più titolato nella storia del tennis maschile non serve un’altra raccolta di colpi migliori. Ciò che non ha mai davvero consegnato, a nessuno, è la fame in sé.

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È un documentario sportivo firmato da Jason Hehir, quello che aveva costruito The Last Dance attorno al rifiuto di Michael Jordan di sentirsi finito. Hehir lavora sull’accesso, non sul commento: la macchina da presa dentro la preparazione, abbastanza vicina da cogliere la routine prima che diventi risultato. Qui sta addosso a Djokovic nel ritorno al torneo che lo ha reso campione e a cui non smette di tornare. Il punto di partenza non sono i suoi ventiquattro Slam. È l’uomo che, con ventiquattro in bacheca, si allena come se il conto fosse a zero.

Tutta la scommessa sta nella vicinanza. Un documentario d’accesso regge solo se resta accanto alla fatica quanto basta perché l’ambizione smetta di essere una cosa che si dice e diventi una cosa che si vede fare. E poiché Djokovic custodisce gelosamente il perché, Hehir fa ciò che un soggetto chiuso impone: triangola. Mette davanti alla telecamera chi quella spinta l’ha sentita dall’altra parte della rete.

Rafael Nadal e Andre Agassi ne parlano. Così Pete Sampras, Boris Becker e Jim Courier, uomini che sanno dall’interno quanto costa arrivare in cima al tennis e, peggio, quanto costa scenderne. Jelena Djokovic, sua moglie, è davanti all’obiettivo. Questo cast è l’argomento prima di ogni altro: rivali e veterani, non uffici stampa, chiamati a descrivere un appetito che molti hanno riconosciuto solo perché ne hanno avuto una loro versione.

L’inverno del titolo guarda indietro tanto quanto al calendario. Djokovic è cresciuto nella Serbia degli anni Novanta, un bambino che colpiva palline mentre il Paese si sgretolava attorno a lui, con una famiglia che spendeva ciò che non aveva pur di tenerlo su un campo. Da lì viene il freddo della metafora. Chi impara presto che il gioco è sopravvivenza prima che gloria non ha con la vittoria lo stesso rapporto di chi l’ha scoperta come un passatempo diventato serio. Letta così, l’ossessione smette di sembrare vanità e diventa l’unica impostazione con cui è uscito di fabbrica.

Per chi è indeciso se premere play: è un documentario, non una fiction, e ciò che racconta è accaduto. Si regge su un accesso reale a un campione in attività e su interviste dirette ai nomi più grandi della sua generazione, e ripercorre l’arco intero, dal bambino di Belgrado alla vetta dei record. Ciò che non può chiudere è la domanda posta dal suo stesso titolo: cosa caccia un uomo quando non resta più nulla da prendere. Il film ha l’onestà di lasciare l’animale al limitare del bosco, ancora in ascolto.

Novak Djokovic: The Wolf in Winter debutta il 20 agosto in esclusiva su Prime Video, disponibile in oltre 240 Paesi e territori.

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