Cinema

«Nulla da perdere» su Netflix: fin dove arriva una madre quando nessun donatore è compatibile

Liv Altman

Jada aveva ordinato l’intera esistenza attorno a un solo desiderio: diventare madre. La strada è passata per le cliniche, per una donazione di embrioni e per quell’attesa che leviga una persona fino a lasciarla a nervi scoperti. Quando il bambino finalmente arriva, si intuisce il film che girerebbe la maggior parte dei registi: la prova superata, i titoli di coda vicini. Qui quell’arrivo è un finto finale. La battaglia che Jada credeva vinta era solo la parte che sapeva nominare.

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Poi arriva la battaglia difficile. Il figlio piccolo si ammala, la diagnosi è una leucemia che peggiora, e l’unica cosa che può salvarlo è un donatore di midollo compatibile che non se ne sta comodamente in attesa dentro un archivio. Il dramma francese co-diretto da Nawell Madani e Ludovic Colbeau-Justin racconta quella ricerca e, soprattutto, ciò che la ricerca fa alla donna che la conduce. Gli interessa meno la malattia che il meccanismo in cui una madre incappa quando prova a precederla.

È in quel meccanismo che il film colloca la sua vera tensione. Un registro di donatori è profondo solo quanto le persone che vi si sono iscritte, e le probabilità di compatibilità crollano per i pazienti meticci o di minoranza, proprio i donatori che i registri hanno reclutato in ritardo. Non c’è un cattivo in questa equazione, ed è ciò che la rende insopportabile. Jada non può gridare contro nessuno che le abbia fatto torto: può solo spingere contro un sistema indifferente più che malvagio, l’ostacolo più difficile da combattere e più impossibile da perdonare. Il film torna di continuo alla domanda racchiusa nel titolo internazionale: quando non si ha più nulla da perdere, fin dove arriva un genitore.

Madani arriva a questo ruolo da una direzione inattesa, ed è la prima vera scommessa del progetto. Si è fatta un nome come comica e ha esordito alla regia nel 2017 con la commedia autobiografica «C’est tout pour moi». Lo stand-up è un’arte del tempo e della lettura della sala dal vivo; puntare quello strumento su un ruolo senza una sola battuta, fatto di terrore e ostinazione, è la mossa che mette a nudo un’interprete o la reinventa. Ha scritto il personaggio per sé, da un’idea originale sviluppata con Pablo Mehler.

Messo accanto ai suoi antenati, il film mette a fuoco le proprie ambizioni. Il cinema francese e belga ha una lunga abitudine, priva di sentimentalismo, a mettere un genitore di fronte a un’istituzione senza distogliere lo sguardo. I fratelli Dardenne in «Il figlio», Xavier Legrand che trasforma un affidamento in un thriller domestico con «L’affido», Jeanne Herry che guarda con lucidità a come lo Stato amministra nascita e adozione in «Pupille». «Nulla da perdere» eredita questa stirpe e poi la piega al genere, stringendo lo studio realista di una donna sotto pressione finché pulsa come un thriller mentre il tempo scorre.

Il rischio è evidente: la meccanica di genere può schiacciare il realismo e un conto alla rovescia può ridurre un personaggio a una funzione, una madre ridotta al verbo «salvare». Ma quell’architettura è anche il senso. Organizzandosi attorno a una scadenza invece che a un lento declino, il film tiene Jada attiva anziché in lutto e converte il lutto anticipato in suspense. Il cast di contorno serve a non far diventare Jada una santa: Guillaume Gouix come compagno, Nicolas Briançon come il professore che segue il caso del bambino, il volto umano di una burocrazia che dice un no ragionevole e devastante, Steve Tientcheu nel mondo che lei si trascina dietro.

Sotto tutto questo c’è un nervo propriamente europeo. La paura che il racconto metabolizza non è quella americana se una famiglia possa permettersi le cure. Il sistema sanitario francese promette qualcosa di più vicino all’universale, e il terrore che il film tocca è cosa accade quando un sistema pensato per dare a tutti la stessa possibilità non lo fa, perché il bacino di donatori non è mai stato costruito pensando a tutti. Il divario non è un’invenzione di sceneggiatura: i registri di midollo pendono verso donatori europei bianchi, e lo scarso reclutamento di donatori di minoranza si traduce in attese più lunghe per chi ne ha più bisogno. Il film funziona quasi come una di quelle campagne di iscrizione senza mai diventare un messaggio di pubblica utilità, perché l’astrazione diventa indimenticabile appena ha il volto di Jada.

Nothing to Lose - Netflix
Nothing to Lose. Photo: Ulrich Lebeuf/Netflix

È lì che il film sembra dirigersi: a una domanda che non intende risolvere. Provate e richiuse tutte le porte legittime, ogni passo ulteriore di Jada spende qualcosa che appartiene a un altro: la sicurezza di uno sconosciuto, una regola, una somma di denaro, una linea che non era sua da varcare. Il film non sembra voler darle un voto, dichiararla eroina o spericolata. Gli interessa fin dove arriva prima che la questione del giusto e dello sbagliato smetta di contare per lei, e se lo spettatore, invitato ad amarla, la seguirà oltre il punto in cui dovrebbe.

«Nulla da perdere», uscito in Francia come «Jusqu’au bout», dura circa 99 minuti e arriva in tutto il mondo su Netflix l’8 luglio 2026.

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