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Ovunque tu sia su Netflix: un padre condannato per la morte del figlio lo cerca dopo averlo visto vivo

Veronica Loop

A un uomo viene messa in mano la fotografia di un bambino in un parco divertimenti, e cinque anni di certezza gli si sfaldano tra le dita. David Burroughs è in prigione da quando una giuria ha deciso che aveva picchiato a morte il figlio Matthew, tre anni. Giura di non averlo fatto, quasi nessuno gli crede dentro o fuori dalle mura, e l’unica prova che potrebbe dargli ragione è un volto tra la folla che il tribunale ha già dichiarato impossibile. Ovunque tu sia si apre su questo scontro tra ciò che un padre sa e ciò che una sentenza ha reso vero, e non se ne allontana mai davvero. L’evasione, la caccia, la cospirazione che seguono poggiano su un solo rifiuto: David non accetta che suo figlio sia morto, e la legge ha già stabilito che quel rifiuto è il sintomo di un assassino.

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È la macchina narrativa di Harlan Coben che gira con il suo carburante più doloroso. I suoi adattamenti Netflix ruotano sempre sullo stesso motore: i morti che non lo sono, il sepolto che riemerge troppo tardi. In Un inganno di troppo, Lo sconosciuto o Voglio sparlarti d’amore quell’espediente muoveva intrighi in lindi paesi inglesi dove tutti avevano un segreto e il segreto aveva un cadavere. Qui il cadavere è un bambino e il segreto è una condanna, e il trucco familiare colpisce molto più forte. Per agire sulla fotografia, David deve uscire di prigione, e uscirne lo rende esattamente l’uomo descritto dall’accusa: pericoloso, ossessionato, incapace di lasciar riposare un figlio morto.

Sam Worthington regge tutta questa contraddizione, nel suo primo grande ruolo da protagonista per una piattaforma da quando i film di Avatar hanno inghiottito un decennio della sua carriera. Non interpreta David come un eroe d’azione ma come un uomo ridotto a una sola funzione, e la recitazione vive nel poco che si concede di dire. Intorno a lui la serie raduna un cast americano solido. Milo Ventimiglia, ancora caldo nella memoria del pubblico per This Is Us, lavora deliberatamente contro quel calore. Britt Lower è la giornalista che non molla il caso. Madeleine Stowe e Clancy Brown danno volto a una famiglia il cui denaro compra il silenzio, e Jonathan Tucker, Erin Richards, Logan Browning e Chi McBride completano un mondo in cui quasi tutti hanno un motivo per volere David dove lo Stato lo ha messo.

Ciò che distingue questo capitolo dal resto dell’era Coben su Netflix è semplicemente dove si colloca. È il primo dei suoi romanzi che la piattaforma adatta interamente negli Stati Uniti, scambiando il curato sobborgo inglese con una prigione americana e una fortuna del New England. Non è un cambio di facciata. Le serie britanniche di Coben trattano la giustizia come un percorso a ostacoli che il protagonista aggira. Una storia americana di condanna ingiusta non può muoversi con quella leggerezza: deve fare i conti con quanto di rado gli innocenti tornino liberi e con il fatto che una condanna non sospende una vita, ma ne cancella una persona.

La tensione nasce da quella cancellazione più che dalla meccanica dell’evasione. Al lutto di David non è mai stato concesso di essere lutto, perché lo Stato ha stabilito che ne era la causa. Ha passato cinque anni a piangere il figlio mentre ogni giorno gli si ripete che è lui il motivo per cui c’è qualcosa da piangere. La fotografia non gli toglie quel peso: lo preme di più. Se Matthew è vivo, allora David è stato punito per una morte mai avvenuta, gli anni restano persi, e il bambino dell’immagine ha vissuto da qualche parte una vita che non comprende il padre. L’innocenza, se la raggiunge, non porta riparazione. Porta l’intera misura di ciò che gli è stato tolto.

È la domanda che la struttura tiene aperta, quella che nessun colpo di scena può chiudere. Un thriller di questa forma promette un ricongiungimento, e più vi si avvicina, più onestamente deve chiedersi che cosa un ricongiungimento possa restituire. Si può provare l’innocenza di un padre e tuttavia non renderlo intero. Può ritrovare il bambino e aver comunque perso gli anni che hanno trasformato un piccolo di tre anni in un estraneo. La serie trattiene la notte della morte di Matthew e la dosa a frammenti, così che lo spettatore resti inchiodato nella stessa posizione di David: certo della propria innocenza, incapace di provarla, perseguitato da un ricordo che il verdetto ha coperto.

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Arriva inoltre in un momento in cui il pubblico americano, dopo un decennio di documentari sulle scarcerazioni, dà per scontato che il sistema condanni l’uomo sbagliato. Ovunque tu sia si nutre di questa sfiducia. Non sostiene che i tribunali sbaglino di tanto in tanto: parte dal presupposto che un padre qualunque possa essere trasformato in un assassino del proprio figlio su prove forensi indiziarie e poi sepolto. La cosa più spaventosa della serie non è la famiglia ricca o gli uomini che può comprare. È la facilità con cui un verdetto è diventato la verità sull’intera vita di un uomo.

Tutti gli otto episodi di Ovunque tu sia arrivano su Netflix il 18 giugno 2026, rilasciati in blocco per un’unica maratona. Robert Hull è showrunner e co-creatore accanto a Coben, produttore esecutivo che adatta il proprio romanzo del 2023. Sam Worthington guida il cast come David Burroughs, con Britt Lower, Milo Ventimiglia, Erin Richards, Jonathan Tucker, Madeleine Stowe, Clancy Brown, Logan Browning e Chi McBride. Girata a Kingston e Toronto con riprese aggiuntive a New York, è il primo romanzo di Harlan Coben che Netflix ambienta interamente negli Stati Uniti.

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