Arte

La campagna di Hailey Bieber per Gap non fa rivivere gli anni ’90: li fabbrica

Lisbeth Thalberg

La prima cosa che salta all’occhio della campagna Gap con Hailey Bieber è che i jeans sono l’elemento meno progettato di tutto l’insieme. Bieber è in piedi in uno studio spoglio, con una maglietta bianca e un paio di denim, ripresa su sfondo neutro senza profondità, e l’immagine fa tutto il lavoro, perché quell’immagine è la ricostruzione quasi esatta degli spot che Gap mandava in onda una generazione fa. I vestiti sono il pretesto. Il look è il prodotto.

Quella ricostruzione è il vero mestiere della campagna. Gap ha ingaggiato il fotografo Mario Sorrenti e lo stylist Alastair McKimm – gente che sa recitare a memoria il minimalismo di casa della label – per ricostruire il formato che Gap stessa aveva inventato: un corpo, un capo, nessun set, il logo piccolo. Un filmato promo accompagna Bieber in una cameretta d’epoca e lascia che “Linger” dei Cranberries faccia da colonna emotiva. Niente di tutto questo è nostalgia in senso sentimentale. È nostalgia progettata a tavolino, art-direction spinta all’indietro finché il presente non sembra un ricordo.

Davanti a tutta questa messa in scena, il jeans è quasi ostinatamente normale. Due modelli: un extra-large e un low-rise morbido, in cotone rigido che deve scolorire con l’uso, una silhouette che Gap ha già venduto e che qui è stata riprogettata a partire da due paia vintage che Bieber dice di aver già posseduto. La novità non è la forma. È la paternità: la sua firma stampata dentro la tasca, il suo nome sulla capsule. Il gesto di design è una firma in calce, non un cartamodello.

Il dettaglio più rivelatore è il numero. “1996”, l’anno di nascita di Bieber, è incastonato nella ferramenta e stampato sulla toppa posteriore: un dato privato trasformato in sigillo di heritage. Funziona come un occhiolino personale e come merchandising: chi lo compra acquisisce un decennio che magari non ha vissuto, ridotto a un solo corpo famoso e rivenduto come stirpe. L’epoca diventa un logo.

Quello che la stampa di moda tende a perdere è che non si tratta di una goccia una tantum, ma di un metodo. L’amministratore delegato di Gap, Richard Dickson, è stato esplicito: si lavora con un “playbook”, prodotto trendy amplificato da una campagna culturalmente rumorosa. Troye Sivan ha fatto ballare il denim di Gap nel dibattito pubblico; le ragazze del gruppo KATSEYE hanno trasformato uno spot per jeans in un vero evento virale; Bieber è semplicemente il prossimo ingaggio. Ogni volta, un pezzo di cultura preso in prestito viene applicato su un capo basic e spinto avanti finché internet non distribuisce gratis la pubblicità.

E funziona, ed è questa la parte da prendere sul serio. Con questo metodo Gap ha appena messo a segno l’ottavo trimestre consecutivo di crescita delle vendite comparabili, è salita nella classifica dei venditori americani di denim per adulti e ha trasformato una singola campagna in miliardi di impressioni mediatiche. Non è un marchio che inciampa in un trend. È un marchio che ha imparato a produrne uno su ordinazione e a registrarne i ricavi, con la nuova capsule in arrivo online a 89 dollari.

Perciò il modo onesto di leggere The Hailey Jean non è come un revival. Un revival implica qualcosa di dormiente che torna da sé. Questa è una fornitura: un decennio prodotto su ordinazione, completo di colonna sonora, casting e anno di nascita come garanzia di autenticità, sincronizzato con un lancio. Gli anni ’90 che Bieber “riporta in vita” non se ne sono mai andati. Gap ha tenuto i negativi, e li ristampa ogni volta che i numeri lo chiedono.

La mossa intelligente non è mai stata mettere Hailey Bieber nei jeans Gap. È convincere una generazione che i jeans che ancora non ha comprato sono esattamente quelli che le sono sempre mancati.

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