Televisione

The Boroughs – Ribelli senza tempo su Netflix: Alfred Molina dentro il complesso che l’America ha smesso di contare

Veronica Loop

Sam Cooper arriva a The Boroughs come arriva quasi chiunque: solo, in lutto, con le carte firmate al posto suo da un figlio stanco. La residenza fa quello per cui è stata progettata: rastrella la ghiaia, innaffia il prato, gli consegna una cartellina di benvenuto, lo registra. Nel giro di pochi episodi Sam scoprirà che qualcosa dentro al perimetro sta divorando i residenti da tempo. Scoprirà anche che non è il primo sistema di contenimento attivo nella sua nuova casa: l’altro funziona da decenni senza che nessuno, dall’esterno, lo chiami così.

YouTube video

La serie è di Jeffrey Addiss e Will Matthews, prodotta da Matt e Ross Duffer attraverso Upside Down Pictures. Il marchio Duffer è il motore commerciale; quello che accade davvero al suo interno è più vicino al mondo che Addiss e Matthews hanno costruito in The Dark Crystal – La resistenza: un luogo chiuso in cui l’istituzione che proteggeva i protagonisti si rivela la minaccia. L’irruzione soprannaturale è la metà rumorosa. La metà silenziosa è l’architettura che la rende possibile, e la serie si interessa a quella metà più di quanto i trailer lascino intendere.

Quello che i Duffer e gli showrunner hanno costruito è un’argomentazione sul silenzio. L’industria americana delle residenze per anziani conta nel 2026 più di trentamila comunità, vendute come autonomia e benessere. La loro funzione strutturale è un’altra: togliere una fascia di popolazione dal mercato del lavoro, dalla strada, dal tavolo di famiglia, dal campo visivo del resto del paese. The Boroughs prende quell’organizzazione alla lettera. Un luogo costruito perché il resto del paese possa smettere di contare diventa un luogo in cui il conteggio può scendere senza che scatti alcun allarme.

Il cast porta la tesi prima della sceneggiatura. Alfred Molina, Geena Davis, Alfre Woodard, Bill Pullman, Clarke Peters, Denis O’Hare, Jena Malone: la rosa di prestigio della tv americana degli anni novanta e duemila, spostata gradualmente fuori dal centro del palinsesto dall’algoritmo della prima serata. Metterla all’interno di una serie dei Duffer non è un colpo di scena. È la tesi enunciata attraverso il casting. Le persone a cui il sistema ha chiesto di farsi da parte sono le uniche che continuano a fare attenzione.

L’insieme funziona perché rinuncia alla tenerezza. Renee, ex reporter d’inchiesta, legge un fascicolo censurato come un cronista più giovane leggerebbe un tweet. Judy, interpretata da Woodard, tiene il registro spirituale senza scivolare nel vocabolario del benessere. Clarke Peters è Art, il medico che tiene già su un blocco giallo la lista dei residenti che non scendono più a colazione. Bill Pullman, ex manager musicale, porta la frizione comica che impedisce alla stagione di crollare nell’elegia. Denis O’Hare è l’agente del caos che con tempismo perfetto trasforma ogni decisione di gruppo nella scelta sbagliata.

Ben Taylor firma la regia di pilot e finale e fissa la regola di montaggio che il resto della stagione mantiene. La macchina da presa non si stacca dai residenti quando sono a disagio, doloranti o impauriti. Si stacca invece dai momenti soprannaturali: la creatura si sente più di quanto si veda. Quell’inversione della grammatica horror — nascondere la creatura, mostrare i corpi — avvicina la serie al realismo documentario molto più che alla genealogia Stranger Things. Augustine Frizzell e Kyle Patrick Alvarez dirigono la parte centrale e rispettano la regola.

L’orrore esiste, ma è subordinato a ciò che mette in luce. Qualunque cosa sia quella forza dentro il perimetro — la serie è paziente nel rispondere — non ha bisogno di nascondersi granché. Le basta operare dentro un edificio il cui registro non è consultato da nessuno la cui famiglia abbia continuato a chiamare. I passaggi più inquietanti non sono gli incontri, sono le inquadrature sul bancone della reception in cui l’assenza di un residente viene annotata in un sistema che non genera nessuna telefonata di verifica.

Gli otto episodi escono insieme su Netflix il 21 maggio, calibrati per un unico blocco di attenzione. Le riprese si sono svolte ad Albuquerque e Santa Fe, nel deserto del New Mexico che l’iconografia americana usa già come il posto dove si manda ciò che si vuole dimenticare: Los Alamos, Roswell, i poligoni di prova. Addiss, Matthews e i Duffer hanno scelto quella geografia per la stessa ragione per cui la forza soprannaturale sceglie il perimetro: il paese intorno è già d’accordo nel considerarlo altrove.

The Boroughs non promette una risoluzione di quello che apre. Anche se Sam, Renee, Judy, Art e Jack identificheranno la minaccia e le chiuderanno l’accesso al perimetro, la serie non offre nessun meccanismo per recuperare i vicini già presi né per restituire gli anni contati come spesi. L’irrisolvibile più profondo: non esiste una versione della storia in cui il paese fuori dal cancello cominci a fare attenzione di conseguenza. Il libro può chiudersi sulla minaccia soprannaturale. La minaccia strutturale — l’accordo sociale di non guardare — non si chiude per nessuno.

Discussione

Ci sono 0 commenti.