Documentari

Descriveva gli abusi. La polizia aspettò 7 mesi prima di chiamare l’FBI

Una ricercatrice di sette si era infiltrata nel cerchio di un falso profeta americano e aveva consegnato alle autorità la registrazione delle sue stesse confessioni. Per sette mesi, la polizia locale non aveva fatto nulla.
Veronica Loop

C’è un momento, nella storia di Samuel Rappylee Bateman, in cui tutto ciò che serviva per arrestarlo era già nelle mani delle autorità. Era il novembre del 2021. Christine Marie, esperta di sette e ricercatrice, era seduta in macchina accanto a Bateman — l’uomo che si era autoproclamato profeta di una piccola setta fondamentalista mormone al confine tra Arizona e Utah, e che aveva preso come “spose spirituali” più di venti donne e ragazze, alcune di appena nove anni. Il telefono di Christine registrava in silenzio. Bateman le stava descrivendo le “cerimonie di espiazione” che imponeva ai suoi seguaci: rituali di abuso sessuale di gruppo, presentati come comandamenti divini, che coinvolgevano adulte, adolescenti e bambine. Quando la conversazione finì, Christine Marie contattò il poliziotto locale che seguiva il caso. Gli disse: ho quello che serve. La polizia aspettò sette mesi prima di chiamare l’FBI. Nel frattempo, gli abusi continuarono.

Trust Me: il falso profeta — la nuova docuserie in quattro episodi di Netflix diretta da Rachel Dretzin, disponibile dall’8 aprile 2026 — costruisce il suo racconto attorno a questo intervallo di sette mesi. Non come anomalia, ma come rivelazione di un meccanismo strutturale: quello che accade quando lo Stato mantiene, per ragioni storiche e politiche, una soglia d’intervento molto più alta del normale nei confronti di comunità religiose chiuse.

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La memoria del 1953 e il prezzo del silenzio

Short Creek — il nome con cui i residenti chiamano le gemelle cittadine di Colorado City in Arizona e Hildale in Utah — è il centro storico della FLDS, la Fundamentalist Church of Jesus Christ of Latter-Day Saints: una setta poligama separatasi dal mormonismo ufficiale nel Novecento per preservare la pratica del matrimonio plurale. Nel 1953, il governatore dell’Arizona ordinò una maxi-operazione di polizia che portò alla separazione di 164 bambini dalle loro famiglie. La copertura mediatica fu devastante per le autorità: il governatore perse le elezioni successive, e per decenni sia l’Arizona che lo Utah rinunciarono a perseguire penalmente quella comunità. Quello che rimase fu un accordo non scritto: nella pratica, per intervenire a Short Creek servivano prove molto più solide di quelle richieste altrove.

Bateman aveva ereditato questa immunità di fatto. Non l’aveva costruita lui — l’aveva trovata pronta, sedimentata in settant’anni di memoria istituzionale. La teologia FLDS aveva fatto il resto: generazioni di fedeli erano stati educati a credere che la parola del profeta equivalesse alla parola di Dio, e che opporsi alla sua volontà significasse rischiare la dannazione. Gli uomini che consegnavano le proprie figlie a Bateman come mogli non lo facevano nonostante la loro fede, ma in nome di essa. Questo è il meccanismo che la criminologia chiama controllo coercitivo: le vittime non vengono soltanto abusate, ma integrate architettonicamente nel sistema dell’abuso, fino al punto in cui la linea tra vittima e complice diventa impossibile da tracciare con gli strumenti ordinari del diritto penale.

Christine Marie lavorava a Short Creek da prima che Bateman emergesse. Dirigeva un’associazione di supporto ai membri della FLDS, aveva guadagnato la fiducia di centinaia di famiglie, conosceva la struttura interna di un mondo impermeabile all’esterno. Quando Bateman cominciò a prendere mogli minorenni, lei segnalò il caso alla polizia locale almeno sei volte. La risposta era sempre la stessa: non ci sono prove sufficienti per agire. Dopo la registrazione del novembre 2021, il sergente di polizia a cui aveva consegnato il materiale aspettò mesi prima di trasferire il fascicolo all’FBI. Sette mesi durante i quali Bateman continuò ad abusare delle ragazze che chiamava sue spose.

L’arresto: dita tra le fessure di un rimorchio

A portare all’arresto non fu la registrazione di Christine Marie. Fu il caso. Nell’agosto del 2022, un agente dell’Arizona Highway Patrol notò delle piccole dita che sporgevano dalla fessura di un rimorchio chiuso che Bateman stava trainando sull’Interstate 40 in direzione di Phoenix. All’interno del rimorchio — senza ventilazione, con un secchio come unico servizio igienico — c’erano tre bambine tra gli undici e i quattordici anni. La casualità di questa scoperta — un agente che alza gli occhi nel momento giusto — è forse il dettaglio più eloquente dell’intera vicenda: senza quell’incidente, il sistema avrebbe potuto continuare indefinitamente.

Bateman fu rilasciato su cauzione. In settembre, l’FBI perquisì le sue abitazioni a Colorado City e liberò nove bambine, affidate ai servizi di protezione statali. Dal carcere, Bateman coordinò immediatamente il rapimento di quelle stesse bambine dalle famiglie affidatarie, usando app di messaggistica cifrata — che fece poi cancellare ai suoi seguaci nel tentativo di distruggere le prove. Le bambine furono ritrovate settimane dopo a Spokane, nello stato di Washington. Undici adulti furono condannati insieme a lui. Nel dicembre 2024, la giudice federale Susan M. Brnovich lo condannò a cinquant’anni di reclusione seguiti da sorveglianza a vita. “Il danno che ha causato è semplicemente incommensurabile”, dichiarò in aula.

Dretzin e la tradizione del documentario investigativo

Rachel Dretzin non è una regista esterna a questo territorio. Con Keep Sweet: Prega e obbedisci aveva già costruito l’architettura analitica dello sguardo sulla FLDS: mettere al centro la voce delle donne, rifiutare la personalizzazione di ciò che è sistemico, trattare l’autorità profetica come un’infrastruttura sociale piuttosto che come la patologia di un individuo. Trust Me eredita quell’approccio con un vantaggio che il precedente lavoro non poteva avere: le immagini girate in tempo reale dall’interno della comunità, da testimoni che erano lì mentre accadeva.

L’Italia ha la propria lunga esperienza con il fallimento istituzionale in contesti di potere chiuso — dal caso Moro alla stagione di Mani Pulite, fino ai processi per gli abusi nella Chiesa cattolica. Il caso Bateman appartiene a questa stessa famiglia di storie: non quella dell’eccezione mostruosa, ma quella del sistema che funziona esattamente come è stato costruito per funzionare, producendo impunità attraverso meccanismi ordinari di soglia, memoria politica e inerzia istituzionale.

La domanda che nessuna sentenza può chiudere

Nel 2023 emerse che membri della FLDS si stavano riorganizzando nel North Dakota e che Helaman Jeffs, figlio di Warren, stava emergendo come nuova figura di autorità nella setta. La struttura che aveva reso possibile Bateman non si era dissolta con la sua condanna. Si era adattata. La sentenza di cinquant’anni ha rimosso un singolo attore. Non ha modificato le condizioni istituzionali che per anni avevano impedito che si agisse su segnalazioni documentate, credibili, ripetute.

Questa è la domanda che Trust Me: il falso profeta lascia aperta. Non su Bateman — la sua storia è conclusa. Ma su ciò che rimane dopo di lui: una comunità che ha già prodotto un erede, in un sistema che ha già dimostrato di sapere aspettare.

Trust Me: il falso profeta, docuserie Netflix in quattro episodi diretta da Rachel Dretzin, è disponibile dall’8 aprile 2026. Ogni episodio ha una durata di circa 45 minuti.

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