Le meccaniche del thriller televisivo moderno si sono evolute in un rituale culturale distinto, un evento globale sincronizzato che invita il pubblico ad assistere alla disintegrazione della stabilità borghese dalla sicurezza dei propri salotti. Con l’arrivo di Fuga (Run Away), l’ultimo adattamento nato dalla vasta partnership tra Netflix e lo scrittore americano Harlan Coben, questo rituale si compie ancora una volta, sebbene con una gravità tonale che lo distingue dai suoi predecessori. Al debutto oggi, la serie emerge non semplicemente come una scatola cinese narrativa, ma come un’esplorazione cupa, spesso brutale, dei limiti dell’autorità genitoriale e della terrificante porosità della membrana che separa l’opulenza suburbana dal caotico mondo sotterraneo della dipendenza e della violenza. Come ultima produzione della Quay Street Productions, la serie rappresenta un ulteriore perfezionamento del “thriller transatlantico”, ricollocando le ansie distinte del romanzo americano di Coben sull’asfalto grigio e bagnato di pioggia del nord-ovest britannico, una trasposizione che impregna la narrazione di una specifica vena di realismo sociale anche quando scivola negli eccessi operistici del genere.
L’architettura dell’adattamento e la geografia della perdita
Per comprendere la risonanza specifica di Fuga, bisogna prima esaminare le decisioni strutturali che sostengono il suo passaggio dal testo allo schermo. L’adattamento, guidato da Danny Brocklehurst — uno sceneggiatore il cui nome è diventato sinonimo del “Cobenverse” — opera su un asse delicato tra fedeltà e reinvenzione. Mentre la traiettoria narrativa centrale rimane ancorata alla frenetica ricerca di un padre, Simon Greene, della figlia da cui si è allontanato, la consistenza del mondo che abitano è stata fondamentalmente alterata. La serie evita gli sfondi metropolitani eleganti e spesso anonimi del generico dramma poliziesco a favore di una palpabile specificità atmosferica. Girato tra Manchester, Liverpool e le distese aspre e malinconiche di Saddleworth Moor, il lavoro sulle location fa più che fornire un’ambientazione; stabilisce una “fallacia patetica” che rispecchia la desolazione interiore dei personaggi.
La scelta del Nord Ovest non è casuale. Nel linguaggio visivo del noir britannico, questa regione porta un peso di storia industriale e decadenza post-industriale che contrasta nettamente con la “vita perfetta” che Simon Greene sembra abitare nei momenti iniziali della serie. La giustapposizione dell’esistenza benestante e curata della famiglia Greene contro il “pericoloso mondo sotterraneo” dove Paige Greene ha cercato rifugio è resa non solo attraverso i punti della trama, ma attraverso l’architettura brutalista del ventre della città e la bellezza desolata e sferzata dal vento delle brughiere. Questo scisma geografico manifesta fisicamente la spaccatura psicologica nella psiche di Simon: l’abisso tra il padre che crede di essere e la realtà della figlia che non è riuscito a proteggere.
La sceneggiatura di Brocklehurst, strutturata come una miniserie in otto parti, sfrutta questa ambientazione per ancorare gli elementi più fantasiosi della trama di Coben. Laddove il romanzo potrebbe affidarsi alla pura velocità dei suoi colpi di scena per sostenere la sospensione dell’incredulità, la serie usa la performance solida del suo cast e la realtà tattile delle sue location per guadagnarsi l’investimento dello spettatore nella posta in gioco sempre più alta. Il motore narrativo è implacabilmente efficiente, un marchio di fabbrica della collaborazione Brocklehurst/Coben, eppure c’è uno sforzo deliberato qui per rallentare il battito, per soffermarsi sulle “montagne russe emotive” dei personaggi piuttosto che correre semplicemente verso il prossimo cliffhanger. Ciò suggerisce una maturazione nel formato, un allontanamento dai ganci “high concept” di show come Un inganno di troppo (Fool Me Once) verso un esame più guidato dai personaggi sul trauma familiare.
Il protagonista come catalizzatore: James Nesbitt e l’archetipo del padre disperato
All’epicentro di questa tempesta narrativa si trova James Nesbitt, un attore la cui fisionomia sembra incisa con le ansie dell’era moderna. Nel ruolo di Simon Greene, Nesbitt ha il compito di incarnare uno specifico archetipo di mascolinità: il provveditore la cui utilità è stata negata dalla catastrofe. La serie introduce Simon come un uomo che possiede tutti i marcatori del successo — una moglie amorevole, figli realizzati, una bella casa — solo per rivelare la vacuità di questi significanti di fronte all’assenza della figlia maggiore. La performance di Nesbitt è definita da un’energia frenetica e cinetica; è descritto dalla critica come una “molla compressa”, un uomo costantemente sull’orlo di una violenta decompressione.
A differenza dei detective stoici dei drammi procedurali tradizionali, Simon è un dilettante, un intruso nel mondo criminale che tenta di navigare. Questa distinzione è cruciale per la tensione dello show. Nesbitt non interpreta Simon con la fredda competenza di un eroe, ma con la goffa, terrificante disperazione di un genitore. La sua discesa nel “pericoloso mondo sotterraneo” è segnata da una serie di errori di calcolo e scoppi violenti che sottolineano la sua mancanza di preparazione. La “violenza scioccante” che esplode quando finalmente localizza Paige in un parco cittadino non è un momento di trionfo, ma un catastrofico fallimento del controllo, un trauma che spinge la narrazione in un territorio più oscuro.
L’interpretazione di Nesbitt cattura la “gamma emotiva d’élite” necessaria per ancorare i colpi di scena più sensazionalistici dello show. Naviga la transizione dalla sala riunioni al covo di drogati con una vulnerabilità che fa sembrare le sue azioni da vigilante motivate dal dolore piuttosto che dalla malizia. I momenti di “puro terrore” anticipati dal cast sono spesso ancorati alla realizzazione di Simon della propria impotenza. È un uomo che crede che il denaro e lo status possano risolvere qualsiasi problema, solo per scoprire che la valuta del mondo in cui è entrato è il dolore. Questa sovversione del tropo del “papà competente” è uno dei fili tematici più avvincenti della serie, mettendo in discussione la natura stessa della protezione patriarcale in un mondo in cui i figli hanno la propria, spesso autodistruttiva, capacità di agire.
La ragazza perduta: agentività, dipendenza e l’anti-vittima
Se Simon è il motore della narrazione, Paige Greene, interpretata da Ellie de Lange, ne è il carburante. La figura della “ragazza scomparsa” è un tropo abusato nella narrativa criminale, spesso ridotto a un espediente della trama o a una vittima silenziosa in attesa di salvataggio. Fuga tenta di complicare questa dinamica concedendo a Paige un grado terrificante di agentività. Non è semplicemente scomparsa; ha scelto di andarsene, spinta dalla doppia compulsione della dipendenza e di una relazione tossica con il suo fidanzato, Aaron. La performance di De Lange rifiuta di smussare gli spigoli di questa realtà. Quando Simon la trova, “fatta di droga” e vivendo nello squallore, non è la figlia immacolata dei suoi ricordi, ma un’estranea “vulnerabile” e ostile.
La serie naviga la rappresentazione della dipendenza con una cupa determinazione ad evitare il glamour. L'”insidia” della malattia è un tema centrale, ritratta non come una scelta di vita ma come una forza totalizzante che riscrive la gerarchia dei bisogni del dipendente. Il rifiuto di Paige dell’aiuto di suo padre — la sua decisione di letteralmente “fuggire” dalla sua mano tesa — è l’incidente scatenante che frantuma il cuore di Simon e le aspettative dello spettatore. Questo atto di rifiuto pone una domanda agghiacciante: può un genitore salvare un figlio che non desidera essere salvato?
La narrazione esplora ulteriormente le dinamiche manipolative dell’abuso attraverso la relazione di Paige con Aaron. La serie suggerisce che la sua discesa non è stata una caduta solitaria ma guidata, facilitata da un partner che ha sfruttato le sue vulnerabilità. Questo aggiunge uno strato di giusta furia alla ricerca di Simon, ma evidenzia anche la complessità della trappola di Paige. È legata non solo dalla dipendenza chimica ma dalla coercizione psicologica, una “storia d’amore contorta” che difende anche a proprio detrimento. De Lange riesce a trasmettere i resti tremolanti della ragazza che era, sepolti sotto strati di trauma e abuso di sostanze, creando un personaggio che è simultaneamente simpatico e frustrantemente impenetrabile.
La contro-narrazione: Ruth Jones e la sovversione del tipo
In una decisione di casting che ha attirato notevole attenzione critica, Ruth Jones entra nel ruolo di Elena Ravenscroft, un’investigatrice privata che diventa l’alleata riluttante di Simon. Nota principalmente per il suo lavoro comico in Gavin & Stacey, la presenza di Jones in un thriller crudo segnala una deliberata interruzione delle aspettative del pubblico. Elena è un personaggio definito da un “carisma e fascino” che cela una competenza professionale d’acciaio. Serve come contrappeso alla volatilità emotiva di Simon; dove lui è reattivo e caotico, lei è analitica e pragmatica.
La chimica tra Nesbitt e Jones è stata citata come un punto culminante della produzione, un “duo” che fornisce alla serie la sua spina dorsale strutturale. Elena non è solo una spalla; è una guida nel mondo sotterraneo, un Virgilio per il Dante di Simon. La sua familiarità con gli angoli bui della città suggerisce una storia passata piena dei suoi fantasmi, un motivo comune nel canone di Coben dove nessun personaggio è senza un segreto sepolto. Jones porta una qualità radicata e “vissuta” al ruolo, gestendo le esigenze fisiche del genere — incluso l’addestramento con le armi da fuoco e le scene ad alta tensione — con una convinzione che cancella ogni traccia della sua persona da sitcom.
L’inclusione di Elena Ravenscroft permette anche alla serie di criticare i limiti della polizia ufficiale. Mentre lo show presenta un filone procedurale di polizia guidato dal detective Isaac Fagbenle (interpretato da Alfred Enoch), Elena opera nelle zone grigie della legge. Rappresenta la privatizzazione della giustizia, un ricorso necessario per una famiglia i cui problemi ricadono fuori dall’ambito delle forze dell’ordine standard. Questa dinamica riflette un cinismo più ampio riguardo alla capacità dello stato di proteggere l’individuo, rafforzando il tema dello show della famiglia nucleare come una fortezza sotto assedio, dipendente da mercenari e vigilanti per la sua sopravvivenza.
La matriarca nell’ombra: Minnie Driver e la facciata domestica
Mentre gran parte dello slancio narrativo è guidato dalla ricerca di Paige, il personaggio di Ingrid Greene, interpretato da Minnie Driver, offre una prospettiva critica sulle ricadute domestiche della crisi. Ingrid è introdotta come la co-architetta della “vita perfetta” dei Greene, un medico di successo la cui competenza professionale contrasta con il suo disfacimento personale. Driver interpreta Ingrid con una resilienza fragile, una donna che tiene insieme i frammenti di una famiglia distrutta mentre suo marito si impegna nella sua crociata donchisciottesca.
Il ruolo di Ingrid è fondamentale nell’esplorare il tema delle “famiglie ombra” — l’idea che ogni famiglia mantenga una storia segreta che corre parallela alla sua narrazione pubblica. La serie suggerisce che le crepe nella famiglia Greene precedano la partenza di Paige, che la “vita perfetta” sia sempre stata una performance mantenuta a un costo psicologico. La performance di Driver suggerisce un serbatoio di colpa e conoscenza a cui Simon è inizialmente cieco. Man mano che la serie procede, i segreti di Ingrid e la sua complicità nella disfunzione familiare vengono messi a nudo, sfidando la simpatia dello spettatore e complicando il binarismo morale del genitore vittima.
La dinamica tra Simon e Ingrid è emblematica del più ampio esame dello show sul matrimonio sotto pressione. Il trauma di una figlia scomparsa agisce come uno stress test, esponendo le linee di frattura nella loro partnership. Mentre Simon esternalizza il suo dolore attraverso l’azione, Ingrid interiorizza il suo, portando a una disconnessione che minaccia di distruggere ciò che resta dell’unità familiare. I “profondi segreti che potrebbero fare a pezzi la sua famiglia per sempre” non sono solo minacce esterne dal mondo criminale, ma tradimenti interni che hanno covato nel silenzio della loro esistenza suburbana.
Visualizzare l’incubo: cinematografia e l’influenza del Giallo
Visivamente, Fuga si distingue dall’estetica piatta e utilitaristica di molta televisione in streaming attraverso un approccio audace e stilizzato alla cinematografia. Diretta da Nimer Rashed e Isher Sahota, la serie impiega un linguaggio visivo che oscilla tra il naturalistico e il fantasmagorico. Un’influenza sorprendente ma potente citata dal team creativo è il genere Giallo, specificamente l’opera di Dario Argento in film come Suspiria. Questa influenza è manifesta nell’uso di “luci colorate” e colori saturi durante le sequenze ambientate nel mondo criminale, creando un’atmosfera disorientante da sogno febbrile che contrasta nettamente con i grigi e i blu desaturati della vita domestica dei Greene.
Questa scelta stilistica serve una funzione narrativa: demarca l’attraversamento di una soglia. Quando Simon entra nel mondo dei covi di droga e delle comuni simili a sette, sta uscendo dalla realtà ed entrando in una logica da incubo dove le regole della società civile non si applicano. L’uso dell’illuminazione — rossi, verdi e ombre profonde — accresce il senso di pericolo e irrealtà, rispecchiando la dislocazione psicologica di Simon. I direttori della fotografia, tra cui Richard Stoddard, utilizzano le location con grande effetto, trasformando l’architettura mondana di Manchester e Liverpool in un labirinto di minaccia.
Il lavoro della telecamera spesso favorisce inquadrature strette e claustrofobiche durante le scene di interrogatorio e confronto, intrappolando lo spettatore con i personaggi nei loro momenti di panico. Al contrario, le riprese esterne di Saddleworth Moor sono filmate con lenti ampie e panoramiche che enfatizzano l’isolamento e l’indifferenza del paesaggio. Questa dicotomia visiva rafforza la tensione centrale dello show tra l’intimità soffocante dei segreti familiari e il vuoto freddo ed espansivo dell’ignoto.
Il paesaggio sonoro: tensione e rilascio
A completare lo stile visivo c’è un paesaggio sonoro progettato per manipolare la risposta fisiologica dello spettatore. La colonna sonora, una collaborazione tra i compositori Luke Richards e David Buckley, opera come una corrente sotterranea implacabile all’azione. Richards, che ha lavorato in precedenza su adattamenti di Coben come Stay Close e Un inganno di troppo, comprende i requisiti ritmici specifici di questo genere. La musica non è semplicemente accompagnamento; è un agente narrativo, che si gonfia fino alla cacofonia durante i momenti di violenza e recede in un ronzio inquietante e discordante durante le scene di suspense.
I compositori impiegano un ibrido di elementi orchestrali ed elettronici per rispecchiare la dualità tematica dello show. Le scene domestiche sono spesso accompagnate da strumentazione tradizionale — pianoforte e archi — che evocano un senso di malinconia e perdita. Mentre la narrazione scende nel mondo sotterraneo, la colonna sonora si sposta su texture industriali e sintetizzate che stridono e pulsano, creando una rappresentazione sonora del battito cardiaco ostile della città. Questa progressione uditiva guida sottilmente il pubblico attraverso il viaggio di Simon, segnalando l’erosione del familiare e l’invasione dell’alieno.
Gli antagonisti: una gerarchia del male
Nessun thriller può sostenersi senza un avversario convincente, e Fuga offre una gerarchia a più livelli di malvagità che riflette la complessità del mondo che dipinge. A livello di strada, ci sono gli spacciatori e i teppisti come Aaron, la cui violenza è impulsiva e disperata. Tuttavia, mentre Simon scrosta gli strati della cospirazione, incontra una forma più sistemica di male rappresentata da figure come Cornelius Faber, interpretato dal formidabile Lucian Msamati.
Msamati, un attore di immensa presenza noto per i suoi ruoli in Gangs of London, porta una gravitas shakespeariana al ruolo di Faber. Non è una caricatura di un boss criminale ma una figura radicata, terrificante nel suo pragmatismo, che opera con efficienza aziendale. Faber rappresenta l’intersezione tra capitale e crimine, un uomo che ha monetizzato la miseria umana e si è isolato con strati di potere. Le sue interazioni con Simon sono cariche di una civiltà agghiacciante che rende la minaccia sottostante di violenza ancora più potente.
Oltre ai singoli cattivi, la serie introduce il concetto di un collettivo “settario”, un gruppo che preda i vulnerabili e i diseredati. Questo elemento attinge alle ansie contemporanee sulla radicalizzazione e lo sfruttamento dei giovani. L'”iceberg squilibrato” che Simon scopre non è solo un’impresa criminale ma un’ideologia distorta che offre un falso senso di appartenenza a coloro che, come Paige, sono stati lasciati alla deriva. Il duo di assassini, Ash (Jon Pointing) e Dee Dee (Maeve Courtier-Lilley), aggiunge un’energia cinetica e caotica a questa minaccia. Descritti come “elettrici” nella loro chimica, funzionano come gli esecutori di questo ordine nascosto, introducendo una violenza improvvisa e brutale che disturba l’indagine a ogni svolta.
Correnti sociologiche sotterranee: il mito del sobborgo sicuro
Sotto la superficie della sua trama ricca di colpi di scena, Fuga intraprende una critica tagliente del sistema di classe britannico e dell’illusione della sicurezza suburbana. La ricchezza e lo status della famiglia Greene non offrono loro alcuna protezione contro il caos che li travolge; infatti, il loro privilegio diventa una passività, rendendoli ciechi alle realtà del mondo che abita la loro figlia. La serie suggerisce che il “pericoloso mondo sotterraneo” non sia un regno separato ma una crescita parassitaria che si nutre della negligenza e dell’ipocrisia delle classi alte.
Lo show tocca anche il fallimento delle istituzioni. La polizia, rappresentata dai detective Fagbenle e Todd, è dipinta come ben intenzionata ma ostacolata dalla burocrazia e dalla vastità dei problemi sociali che affronta. La decisione di Simon di agire al di fuori della legge nasce da una perdita di fiducia nel contratto sociale. Si rende conto che lo stato non può salvare sua figlia e che la giustizia è un lusso che deve acquistare o afferrare con la forza. Questa vena di giustiziere collega la serie a una lunga stirpe di “dad thriller” ma la inquadra in un contesto specificamente britannico di austerità e decadimento istituzionale.
Il tema delle “famiglie ombra” si estende oltre i Greene agli altri personaggi. Ogni famiglia che Simon incontra nel suo viaggio è fratturata in qualche modo, nascondendo segreti di abuso, dipendenza o tradimento. La serie presenta una visione panoramica di una società in crisi, dove le strutture tradizionali di supporto — famiglia, chiesa, stato — si sono erose, lasciando gli individui a cavarsela da soli in una lotta hobbesiana per la sopravvivenza.
La “Formula Coben” e l’etica dell’intrattenimento
È impossibile discutere di Fuga senza riconoscere il suo posto all’interno del “Cobenverse”. La partnership tra l’autore e Netflix ha creato un sottogenere unico di televisione che combina la velocità narrativa della pulp fiction americana con i valori di produzione del prestigioso dramma britannico. I critici hanno notato che c’è una “formula” in questi show: la sparizione incitante, il riemergere di un crimine passato, le false piste e il colpo di scena finale che toglie il terreno sotto i piedi.
Fuga aderisce a questo modello ma lo perfeziona. Il gancio da “grande concetto” è sostituito da un filo conduttore emotivo più radicato, e i colpi di scena, sebbene abbondanti, sono radicati nella psicologia dei personaggi piuttosto che in coincidenze impossibili. Tuttavia, lo show non sfugge alle insidie intrinseche del genere. La sospensione dell’incredulità richiesta per accettare la capacità di Simon di sopravvivere ai suoi incontri con assassini professionisti è alta, e la pura densità dei punti della trama può a volte minacciare di sopraffare il nucleo emotivo della narrazione.
C’è anche una dimensione etica nel consumo di tali storie. La trasformazione della dipendenza, del rapimento e del trauma familiare in intrattenimento da binge-watching è un delicato atto di equilibrio. Fuga riesce per lo più trattando la sua materia con un grado di gravità, rifiutandosi di banalizzare il dolore dei suoi personaggi anche mentre sfrutta la loro sofferenza per la suspense. Il finale, anticipato come un “colpo di scena finale sorprendente” che è “impossibile da indovinare”, serve come la ricompensa narrativa definitiva, un momento di catarsi che ricontestualizza tutto ciò che è venuto prima.
Verdetto finale: una sfumatura più scura di noir
Mentre Fuga entra nell’ecosistema dello streaming, si afferma come una voce significativa nel canone del noir domestico. È una serie che chiede di essere divorata, costruita con una precisione che aggancia lo spettatore dal primo fotogramma e si rifiuta di lasciarlo andare fino ai titoli di coda finali. Eppure, lascia un retrogusto persistente di inquietudine, un promemoria della fragilità delle vite che costruiamo e dei segreti che custodiamo.
Per James Nesbitt, è un trionfo di intensità sostenuta, una performance che ancora gli eccessi più selvaggi dello show nell’innegabile realtà del dolore di un padre. Per Ruth Jones, è una svolta che ridefinisce la carriera e rivela una gamma drammatica precedentemente oscurata dalla sua brillantezza comica. E per lo spettatore, è un viaggio nel cuore oscuro della famiglia moderna, uno specchio tenuto di fronte alle nostre paure più profonde su coloro che amiamo e sugli estranei che potrebbero diventare.
Dati di produzione e contesto culturale
La serie è prodotta da Quay Street Productions, una sussidiaria di ITV Studios che è diventata una potenza nel dramma del Nord. I produttori esecutivi includono Harlan Coben, Nicola Shindler, Richard Fee e Danny Brocklehurst — i “Fantastici Quattro” responsabili dei precedenti successi The Stranger, Stay Close e Un inganno di troppo. La loro collaborazione ha affinato un’estetica specifica che fonde il look patinato e ad alto contrasto degli originali Netflix con il realismo grintoso della televisione terrestre britannica.
Il cast è un ensemble di talenti britannici “della vecchia guardia”, tra cui Alfred Enoch nel ruolo del detective Isaac Fagbenle, uno “stronzo sexy” il cui atteggiamento distaccato nasconde il suo stesso coinvolgimento nel caso, e Jon Pointing nel ruolo di Ash, parte del duo mortale che taglia una fetta attraverso la narrazione. I ruoli di supporto, inclusi Adrian Greensmith ed Ellie Henry come gli altri figli Greene, rimpolpano il mondo, fornendo la necessaria posta in gioco emotiva per la crociata di Simon.
La musica, composta da Luke Richards e David Buckley, e la cinematografia di Richard Stoddard, lavorano in tandem per creare un’esperienza immersiva e sensoriale che è “incredibilmente piacevole da guardare” nonostante la materia cupa. L’uscita dello show è programmata per capitalizzare l’abitudine di visione del “Giorno di Capodanno”, uno slot che si è dimostrato redditizio per lo streamer, posizionando Fuga come la prima grande conversazione culturale dell’anno.
Dove finisce la strada
Alla fine, Fuga è una storia sulle lunghezze a cui ci spingiamo per la famiglia, e la terribile realizzazione che a volte, l’amore non basta. È un thriller che corre su un carburante di trama ad alto numero di ottani ma è guidato da un cuore profondamente umano. Mentre il pubblico naviga tra i colpi di scena della discesa di Simon Greene, è invitato a mettere in discussione le proprie certezze, a guardare un po’ più da vicino le persone dall’altra parte del tavolo da pranzo, e a chiedersi quali segreti potrebbero nascondersi dietro le porte chiuse delle loro stesse vite perfette.
Disponibile ora su Netflix.
