Documentari

BTS: Il ritorno di chi non aveva bisogno di tornare — ma lo ha fatto alle proprie condizioni

Dopo quattro anni di silenzio imposto, BTS consegna il documento più onesto della propria storia: non un trionfo, ma un'interrogazione
Alice Lange

C’è una categoria estetica nella cultura musicale italiana che non ha un equivalente preciso in altre lingue: il concetto di ritorno come resa dei conti. Non il comeback anglosassone, che implica una riconquista del pubblico, né il retour francese, che porta con sé una sfumatura di rivalutazione critica. Il ritorno italiano — da Battisti che si chiude nel silenzio, da De André che scompare e riappare trasformato, da Dalla che attraversa decenni di metamorfosi senza perdere il filo — è sempre anche un confronto con ciò che si era e con ciò che il tempo ha fatto. BTS: Il ritorno (BTS: The Return), il documentario di Bao Nguyen disponibile su Netflix, appartiene a questa tradizione senza saperlo, o forse sapendolo benissimo. Non è un film sulla conquista. È un film sul prezzo di averla già pagata.

L’Italia ha sviluppato con BTS una relazione che la stampa musicale internazionale ha spesso sottovalutato. Non si tratta soltanto di una base di fan tra le più attive d’Europa — fatto documentato dalle classifiche streaming e dalle vendite di merchandise — ma di un’identificazione culturale più profonda, radicata nella specificità della tradizione canora italiana e nel suo rapporto con la lingua. Un paese che ha combattuto per decenni la battaglia dell’italiano nelle classifiche internazionali, che ha visto Sanremo trasformarsi da simbolo di provincialisimo in vetrina globale, che conosce bene il peso di fare musica in una lingua che il mercato anglosassone non ha scelto come propria — quel paese ha una sensibilità particolare per ciò che BTS ha fatto cantando in coreano fino in cima alle classifiche mondiali. Il gesto è familiare. La scala è diversa.

È in questo contesto che BTS: Il ritorno acquista la sua dimensione più precisa. Il documentario — diretto da Bao Nguyen, la cui filmografia include The Greatest Night in Pop e il documentario di giornalismo di guerra The Stringer, prodotto da This Machine e HYBE — segue RM, Suga, Jin, j-hope, Jimin, V e Jung Kook riuniti in una casa condivisa a Los Angeles nell’estate del 2025, alcune settimane dopo il congedo dell’ultimo membro dal servizio militare obbligatorio sudcoreano. La domanda che RM pone ad alta voce in una delle prime sessioni di studio — cosa ci rende speciali, cosa ci rende BTS — non è retorica. È la domanda di qualcuno che ha smesso di essere sicuro della risposta e che ha bisogno di ricostruirla prima che il disco sia pronto.

Nguyen sceglie di filmare questa incertezza senza attenuarla. È il primo merito cinematografico del film. La sua macchina da presa non cerca l’immagine monumentale, non costruisce archi drammatici dove non esistono, non usa la colonna sonora per segnalare emozioni che il montaggio dovrebbe guadagnarsi da solo. Lascia che i silenzi durino. Lascia che i dubbi sul singolo — la canzone Swim, giudicata da alcuni membri troppo sommessa per aprire il ritorno — occupino lo spazio senza che una voce fuori campo venga a rassicurare lo spettatore. L’ansia creativa è filmata come condizione strutturale, non come ostacolo che la narrazione supererà.

Il servizio militare obbligatorio sudcoreano appare nel primo minuto: RM dice di aver imparato a darsi da fare durante la naja, e il montaggio taglia immediatamente alle immagini del taglio di capelli regolamentare, delle uniformi, dell’ingresso in caserma. La transizione è volutamente brusca. Il salto tra quell’immagine e la casa di Los Angeles non viene ammorbidito. Viene mostrato per quello che è: una frattura nel tempo che la musica deve attraversare senza mappa.

La sequenza più significativa del film non appartiene né a una performance né a un momento di catarsi tra i membri. Appartiene a una rivelazione storica. Boyoung Lee, direttrice creativa esecutiva di Big Hit Music, comunica al gruppo che nel 1896 alcuni studenti coreani in viaggio negli Stati Uniti per motivi di studio incontrarono la produttrice ed etnomusicologa Alice C. Fletcher e registrarono insieme a lei il primo brano in lingua coreana mai documentato su suolo americano. Quel brano era Arirang, la ballata popolare le cui radici risalgono al XV secolo e il cui titolo dà il nome al quinto album in studio del gruppo. L’effetto sul gruppo è immediato e visibile. Ciò che fino a quel momento era il titolo provvisorio di un disco diventa un argomento di civiltà: BTS non sta esportando la cultura coreana in Occidente. Sta completando un circuito aperto centotrenta anni fa.

Arirang fu anche, nel suo contesto storico, una canzone di resistenza. Eseguita nel 1926 durante la prima del film muto omonimo nonostante la censura coloniale giapponese, divenne simbolo di identità nazionale nel momento di maggiore pressione esterna. La scelta del titolo non è nostalgia. È una presa di posizione. Per un paese come l’Italia, che conosce bene la funzione politica della canzone popolare — da Bella ciao alle polemiche sul dialetto in musica, dalla Resistenza alle battaglie degli anni settanta per una cultura che non si piegasse al mercato — questo gesto ha una risonanza specifica che va oltre il fandom.

Suga, ritratto nel documentario serio e metodico, con la chitarra in un angolo dello studio, insiste perché il brano Normal contenga più coreano e meno inglese. È una posizione che contrasta direttamente con Dynamite, il singolo interamente in inglese che nel 2020 debuttò al numero uno della Billboard Hot 100 — il primo per un gruppo interamente sudcoreano. Quello fu un traguardo conquistato nella lingua del mercato. Questo è altro: è l’affermazione che quella grammatica non è più necessaria per esistere in quel mercato. Il cerchio si chiude, ma in direzione contraria a quella che la logica commerciale avrebbe suggerito.

L’architettura sonora dell’album — prodotto con Diplo come executive producer, insieme a Pdogg, Mike WiLL Made-It, Kevin Parker dei Tame Impala, El Guincho e Flume — viene restituita nel documentario non come accumulazione di collaborazioni prestigiose ma come processo di ricerca continua. Il gruppo dubita che Swim, tranquilla e deliberatamente poco spettacolare, abbia l’energia necessaria per funzionare come singolo di apertura. Suga immagina la reazione del pubblico e decide che funzionerà. RM concorda: è ora, dice, di trasmettere una vibrazione adulta. Jimin avverte durante una cena che sono stati assenti troppo a lungo e che non possono permettersi di prolungare ulteriormente il silenzio. Jin, che si è unito al gruppo a Los Angeles il giorno dopo la fine del suo tour solista del 2025, ha perso parte delle prime sessioni e porta quell’assenza come un debito tacito verso il processo collettivo. V si avvicina a un Jin visibilmente teso e gli posa una mano sulla spalla. La macchina da presa resta. La scena dura.

Ciò che il documentario fa con il silenzio è il suo maggiore risultato cinematografico. Ci sono pause nelle conversazioni tra i membri — istanti in cui la macchina da presa tiene l’inquadratura senza staccare — che dicono più sul costo di quattro anni di separazione di qualsiasi confessione articolata. La cosiddetta maledizione dei sette anni — quel fenomeno per cui la maggior parte dei gruppi K-pop si dissolve o perde membri allo scadere dei contratti iniziali — viene nominata da RM nel film non come curiosità del settore ma come la pressione strutturale contro cui il collettivo costruisce da anni. Il fatto che tutti e sette siano in quella stanza, in quella casa, è di per sé l’argomento più solido del film.

Il linguaggio visivo di Nguyen è deliberatamente misurato e interiore. La palette è calda — la casa, lo studio, il tavolo della cena. La macchina da presa non insegue l’immagine iconica. Le riprese del concerto in piazza Gwanghwamun a Seoul, dove il gruppo si è esibito il 21 marzo 2026 davanti a una città che si è fermata per riceverli, arrivano alla fine del documentario come conseguenza logica di tutto ciò che precede, non come promessa riscattata in anticipo. La folla non è il punto di partenza della narrazione. È la sua conclusione guadagnata.

BTS: Il ritorno è disponibile su Netflix dal 27 marzo 2026, una settimana dopo la pubblicazione di ARIRANG il 20 marzo. Il documentario è stato diretto da Bao Nguyen e coprodotto da This Machine e HYBE. La conferenza stampa si è tenuta a Seoul il 20 marzo alla presenza del regista e delle produttrici Jane Cha Cutler e Namjo Kim.

Ciò che BTS: Il ritorno lascia non è la soddisfazione di una narrazione risolta, ma qualcosa di più scomodo e duraturo: la consapevolezza che fare musica nella propria lingua, a partire dalla propria cultura, senza chiedere il permesso, è di per sé un atto di creazione e di resistenza. Arirang attraversò un oceano nel 1896 nella voce di studenti coreani che non sapevano di stare scrivendo la prima riga di una storia il cui capitolo più ascoltato sarebbe arrivato centotrenta anni dopo. Questo documentario non è la fine di quella storia. È la prova che continua.

Discussione

Ci sono 0 commenti.

```
?>