Serie

Big Mistakes su Netflix è una commedia su chi recita sé stesso così a lungo da dimenticare chi è davvero

Un pastore gay, una sorella in fuga, la camorra del New Jersey: la famiglia come palcoscenico di un'identità che non regge
Veronica Loop

Dan Levy torna in televisione sei anni dopo Schitt’s Creek con una farsa criminale in otto episodi in cui due fratelli del New Jersey finiscono involontariamente nella criminalità organizzata. Quello che Big Mistakes racconta davvero sull’identità costruita, sull’autorità morale e sulle conversazioni familiari continuamente rinviate merita un’analisi che vada ben oltre il genere.

Esiste un tipo di commedia che non ha bisogno del finale della battuta perché la situazione è già la battuta. Un pastore compie un furto di gioielli. Non come colpo di scena drammatico — come condizione strutturale. Ogni scena in cui appare il personaggio di Nicky in Big Mistakes è contemporaneamente una scena sul crimine e una scena su un uomo che ha costruito tutta la propria esistenza intorno all’idea di essere una persona per bene, qualcuno che sa stare al mondo meglio degli altri. Al crimine organizzato questo non interessa minimamente. Ed è esattamente in questo punto — nell’indifferenza assoluta della realtà di fronte all’immagine di sé di un personaggio — che si accende il meccanismo comico della serie.

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Il pubblico italiano ha dimestichezza con questa meccanica. La grande tradizione della commedia all’italiana, da I soliti ignoti di Monicelli fino a Boris e alla trilogia di Smetto quando voglio, ha sempre trovato il suo nervo comico nel personaggio che recita un ruolo con una convinzione inversamente proporzionale alla propria capacità di sostenerlo. René Ferretti di Boris dirige “a cazzo di cane” continuando a credere di avere ancora un’ultima possibilità artistica. I ricercatori di Smetto quando voglio costruiscono una carriera criminale con la stessa serietà metodologica con cui hanno condotto anni di ricerca universitaria, e con risultati analoghi. In entrambi i casi il comico nasce da una frattura: quella tra chi un personaggio è convinto di essere e quello che la realtà, testarda e indifferente, continua a mostrargli. Nicky, il pastore gay che predica chiarezza morale celando la propria relazione alla comunità e alla famiglia, appartiene a questa stessa genealogia. Non è il crimine a demascherarlo — è l’incapacità del crimine di prenderlo sul serio nella versione di sé che ha sempre proiettato.

Dan Levy interpreta Nicky come uomo out di fronte alla propria congregazione, ma obbligato a presentarsi come celibe: nasconde la relazione con Tareq, interpretato da Jacob Gutierrez, sia ai fedeli che ai familiari. Predica trasparenza. Vive di occultamento. La scena descritta nella stampa specializzata — Nicky a letto con Tareq che gli chiede perché qualcuno potrebbe invocare Dio contro un amore come il loro, e lui che risponde “Dio è perfetto, ma non lo sono le persone che lo interpretano” — non è una battuta comica. È una battuta drammatica alloggiata dentro una farsa criminale. Che la serie scelga di trattarla con questa serietà, arrivando a consultare un vero pastore gay per autenticare il personaggio, dice qualcosa di essenziale su cosa stia davvero facendo: usa la meccanica del genere comico per affrontare una questione che non è comica affatto, quella della verità che si continuamente a rimandare.

Taylor Ortega interpreta Morgan con una meccanica parallela e opposta. Dove Nicky sopprime, Morgan commenta. Usa il linguaggio dell’osservazione ironica come scudo contro la propria vita — come se stesse descrivendo la situazione di qualcun altro. Una sequenza del trailer lo dimostra con precisione: Morgan descrive il proprio sequestro nel linguaggio dei social media, come se stesse recensendo un contenuto. Il pericolo è reale. Il personaggio ne fa una critica cinematografica. Questo tipo di distanza ironica — la figura che non riesce a smettere di recitare la parte dell’osservatore anche quando sarebbe il caso di agire — è profondamente riconoscibile per chi ha vissuto con Boris: Stanis La Rochelle non sa recitare ma non smette mai di fare l’attore; Morgan non sa affrontare la propria vita ma non smette mai di commentarla.

Laurie Metcalf interpreta Linda, la madre dei due fratelli. Il suo talento specifico — confermato in decenni di teatro e cinema, da Roseanne a Lady Bird a Hacks — è la capacità di consegnare le battute più devastanti con assoluta buona fede. Linda non è una caricatura della madre oppressiva: è una donna che ha ragione su tutto ciò che osserva e torto su quasi tutto il resto, e lo fa con un amore così totale e così implacabile che l’amore e la pressione diventano indistinguibili. Levy ha raccontato che Metcalf ha letto il copione un mercoledì e ha risposto sì il giovedì. La scena che l’ha convinta, in apertura di serie, contiene già tre battute in maiuscolo al capezzale della nonna moribonda. Per un’attrice di questa levatura, è sufficiente per capire tutto.

La produzione sceglie una colonna sonora firmata da Peaches, la musicista canadese di elettroclash il cui universo sonoro — angolare, sintetico, carico di un’ansia precisa e controllata — non ha nulla a che fare con una commedia familiare ambientata nel New Jersey. Non è un errore produttivo. È un segnale formale: la serie è più strana e più pericolosa di quanto il suo genere suggerisca. La musica mantiene la minaccia a un livello che il calore familiare altrimenti dissiparebbe del tutto.

Il confronto con la tradizione italiana della commedia criminale è qui illuminante. Smetto quando voglio aveva scelto di costruire la propria farsa su un materiale di bruciante attualità — il precariato universitario, l’inadeguatezza strutturale del sistema italiano — e aveva trovato il proprio registro nel riso amaro, quello in cui si ride e si sa benissimo di cosa si ride, e il riso fa quasi più male del silenzio. Big Mistakes è costruita più in caldo, emotivamente più disposta a trovare un appiglio di speranza alla fine della crisi familiare. Ma il principio fondamentale è lo stesso: il crimine non è il soggetto. È il rivelatore. È la situazione che smette di andare incontro all’immagine che un personaggio ha di sé, e che impone finalmente — goffamente, traumaticamente, nella modalità caotica tipica di entrambe le tradizioni — di fare i conti con chi si è davvero.

La cocreatura Rachel Sennott porta una sensibilità affinata in Shiva Baby, Bottoms e I Love LA: personaggi che si auto-osservano con tale precisione da fare della consapevolezza la loro principale limitazione, che usano l’ironia come modo di esistere per evitare di impegnarsi davvero. Morgan è un personaggio di Sennott dentro una serie di Levy. Questa tensione tra due tradizioni comiche diverse — una che vuole che la distanza ironica rimanga irrisolta, l’altra che vuole che la famiglia trovi alla fine una qualche forma di verità — è la domanda creativa centrale che la serie lascia aperta.

Big Mistakes Netflix
BIG MISTAKES. (L to R) Dan Levy as Nicky, Boran Kuzum as Yusuf, and Taylor Ortega as Morgan in Episode 102 of BIG MISTAKES. Cr. Spencer Pazer/Netflix © 2025

Big Mistakes è disponibile su Netflix dal 9 aprile 2026, con tutti gli otto episodi pubblicati simultaneamente. La serie è stata creata da Dan Levy e Rachel Sennott nell’ambito dell’accordo globale di Levy con Netflix tramite la sua casa di produzione Not a Real Production Company. Levy è anche showrunner e guida il cast insieme a Taylor Ortega, Laurie Metcalf, Abby Quinn, Boran Kuzum, Jack Innanen e Elizabeth Perkins. La regia dei primi due episodi è di Dean Holland. Le riprese si sono svolte nel New Jersey e a Porto Rico a partire dall’agosto 2025.

Quello di cui la serie ride davvero — e che la risata protegge dal dover dire ad alta voce — è questo: Nicky non ha cominciato a mentire il giorno in cui è arrivata la mafia. Mentiva già da prima, con più eleganza, e con la complicità silenziosa di tutti quelli che lo circondavano. Il crimine organizzato non è all’origine del suo problema. È semplicemente la prima istituzione che ha smesso di fingere di non vedere.

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