Cinema

Mangia prega abbaia su Netflix sa già perché hai preso un cane

Cinque tedeschi vanno sulle Alpi per correggere i loro animali. Gli animali stanno benissimo.
Veronica Loop

C’è una commedia che il pubblico italiano riconosce senza bisogno di spiegazioni: quella del personaggio convinto che il problema venga da fuori. La tradizione che corre dalla commedia dell’arte fino a Perfetti sconosciuti di Paolo Genovese, passando per i grandi autori della commedia all’italiana, ha affinato questo meccanismo per secoli. Monicelli lo chiamava il vero cuore del genere: trattare con ironia e leggerezza argomenti che sono, in fondo, drammatici. Mangia prega abbaia, la commedia tedesca disponibile su Netflix dal 1° aprile, lavora su quello stesso terreno. Cinque proprietari di cani si recano nelle Alpi tirolesi perché un addestratore di fama li aiuti con i loro animali ribelli. Gli animali non hanno alcun problema.

Il meccanismo comico non è il cane. È la distanza tra quello che ogni personaggio crede di essere venuto a risolvere e quello che lo spettatore capisce fin dal primo piano: che il problema sta dall’altra parte del guinzaglio. Urschi è una politica che ha adottato la sua cagna Brenda come strategia di immagine; l’animale non le piace, non le è mai piaciuto, ma la gestione delle apparenze pubbliche ne impone la presenza. Helmut e Ziggy sono una coppia che litiga da anni attraverso un Yorkshire terrier viziato di nome Gaga, come se il cane potesse assorbire tutto quello che il matrimonio non vuole nominare. Hakan viene descritto come distante, il suo pastore belga Roxy come ansioso: la simmetria di questi due aggettivi che attraversa la frontiera tra le specie è la scrittura più precisa di tutto il materiale disponibile. Babs arriva con un Rottweiler che riproduce con esattezza una energia in lei che tracima da ogni contenitore.

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Ulteriori informazioni

Il confronto più rivelatore per un pubblico italiano non è con la commedia tedesca contemporanea, ma con quello che l’Italia ha già fatto con la stessa struttura narrativa. Perfetti sconosciuti di Paolo Genovese — il film più rifatto nella storia del cinema, con quarantasette remake prodotti in tutto il mondo secondo le ultime dichiarazioni del regista — funziona esattamente sulla stessa premessa: un gruppo di persone riunite in uno spazio chiuso, un meccanismo che forza la rivelazione di ciò che ognuno nasconde, le maschere che cadono una dopo l’altra. La differenza fondamentale è che Genovese non salva nessuno. Le maschere cadono, e quello che c’è sotto non è più gestibile di quello che c’era sopra. Mangia prega abbaia usa lo stesso dispositivo — il gruppo forzato, la rivelazione progressiva, le contraddizioni di ciascun personaggio messe in luce — ma sceglie la redenzione. Le montagne, l’addestratore, la natura: tutto concorre a garantire che le maschere, una volta cadute, lascino posto a qualcosa di più vero e più leggero.

Quella è la scelta che separa il film tedesco dalla migliore tradizione della commedia corale italiana. Quando Mario Monicelli diceva che la commedia all’italiana tratta con umorismo argomenti drammatici, intendeva precisamente questo: il drammatico non viene esorcizzato dal comico, ma attraversato. In Amici miei il gruppo di amici esorcizza la malinconia con le beffe, ma la malinconia rimane sotto. In Perfetti sconosciuti le rivelazioni della serata lasciano tutti più vulnerabili di prima. Mangia prega abbaia punta invece sulla catarsi: i cinque personaggi tornano a casa trasformati. È un film che vuole fare del bene al suo pubblico, e lo fa esplicitamente.

Alexandra Maria Lara — nota in Italia soprattutto per Il bunker, The Reader e Rush — porta alla politica Urschi una precisione che la commedia non sfrutta spesso: la capacità di generare il comico non attraverso l’eccesso ma attraverso il controllo che si incrina. Una persona che ha professionalizzato la distanza tra quello che sente e quello che mostra, messa in un luogo alpino dove quella professionalizzazione ha sempre meno spazio per operare. È la promessa comica più precisa del film. Devid Striesow, attore formato al teatro tedesco classico, porta al marito litigioso Helmut quella tecnica del microaggiustamento — la faccia che dissentisce prima che la voce lo faccia — che la migliore commedia corale italiana conosce bene. Rúrik Gíslason, calciatore islandese che recita nella sua terza lingua al suo primo ruolo significativo, genera una commedia indipendente dal copione: troppo fisicamente improbabile per essere un guru affidabile, che naviga il tedesco con la deliberazione visibile di chi sa che ogni frase è anche un’impresa tecnica. Alexandra Maria Lara ha detto pubblicamente che non ha dovuto proteggerlo sul set. Quel dettaglio dice più di qualunque clip promozionale.

Il momento in cui arriva Mangia prega abbaia ha una sua precisione culturale, anche in Italia. Il mercato dei ritiri di benessere, dei corsi di mindfulness, dei weekend di riconnessione con sé stessi ha conosciuto una crescita costante negli ultimi anni. L’idea che il ritiro giusto, il metodo giusto, il contesto naturale giusto possa risolvere quello che è essenzialmente una questione di autoconoscenza è ormai così diffusa da essere riconoscibile senza bisogno di spiegazioni. Il campo di addestramento canino che è in realtà una terapia di gruppo è una premessa con bordi taglienti, se la sceneggiatura vuole usarli. La prima critica americana disponibile ha parlato di film “puddle deep” — superficiale quanto basta per non disturbare nessuno, profondo quanto basta per sembrare che stia dicendo qualcosa. Mangia prega abbaia sceglie deliberatamente di non usare quei bordi.

La presenza di Jane Ainscough come cosceneggiatrice è significativa per capire la logica produttiva del film. Ainscough ha scritto Faraway (2023), altra commedia tedesca Netflix prodotta dallo stesso team — Olga Film, le produttrici Viola Jäger e Marina Schiller — in cui una donna insoddisfatta fuggiva in Croazia per trovare sé stessa attraverso il cambiamento di scenario. La struttura narrativa è identica. Mangia prega abbaia la applica a cinque personaggi invece di uno, aggiunge cani, sposta la Croazia in Austria. È una formula con risultati dimostrati sulla piattaforma, e il film non aspira a essere altro.

Eat Pray Bark
Eat Pray Bark. Netflix

Mangia prega abbaia è disponibile su Netflix dal 1° aprile 2026. Regia di Marco Petry, sceneggiatura di Petry, Ainscough e Hortense Ullrich, prodotto da Olga Film — società di Constantin Film — girato a Seefeld nel Tirolo austriaco, fotografia di Marc Achenbach.

Quello che il film non può dirsi — e che non può dire direttamente allo spettatore — è appena sotto la sua calore. Il cane in Mangia prega abbaia assorbe il lavoro emotivo che il suo padrone non riesce a fare: il distacco tra l’immagine pubblica della politica e la sua reale indifferenza verso l’animale, il conflitto coniugale scaricato su un terrier, la sfiducia dell’uomo riservato comunicata senza parole al cane che vive più vicino a lui. Il film mostra tutto questo. Quello che non può dire è che la rivelazione finale è anch’essa una performance. Che il gruppo di estranei che torna nelle proprie città avendo capito i propri problemi sta ora recitando la comprensione. Che questa recita è a sua volta una forma di schivare. Che i cani — il pastore ansioso, il Rottweiler traboccante, il terrier viziato — non sono solo specchi. Sono testimoni. E i testimoni non riparano quello che riflettono.

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