Arte

MUSAC presenta “Yoko Ono. Insound and Instructure”

La magia di Yoko Ono: arte, suono e istruzioni in mostra
Lisbeth Thalberg

Il MUSAC — Museo de Arte Contemporáneo de Castilla y León — propone un ampio percorso sulla pratica di Yoko Ono, riunendo oltre settanta opere in circa 1.700 metri quadrati per ripercorrere una carriera che si muove con naturalezza tra performance, arte concettuale e partecipativa, cinema, suono, installazione, pittura e fotografia. Il titolo della mostra, “Yoko Ono. Insound and Instructure”, rimanda a una fase iniziale della traiettoria dell’artista e ne chiarisce l’assunto centrale: la fusione tra il sonoro e la forma basata su istruzioni che sostiene il suo lavoro da decenni. In questo quadro, la primazia spetta all’idea — l’arte intesa come proposta, partitura o invito — più che alla materialità dell’oggetto.

A cura di Jon Hendricks, Connor Monahan e Álvaro Rodríguez Fominaya, la presentazione è una delle più ampie dedicate a Ono in Spagna negli ultimi anni. Il percorso disegna un arco che va dagli esordi fino alla piena maturità, accostando opere canoniche ad ambienti partecipativi e a installazioni più recenti. In tutto il tragitto emerge non solo una varietà di media, ma anche un filo conduttore che struttura l’opera di Ono: il ruolo attivo del pubblico nel realizzare o completare il lavoro.

La selezione mette in luce diversi capisaldi che hanno contribuito a definire il linguaggio della performance e dell’arte concettuale. “Cut Piece” dialoga con altre opere a istruzioni che rendono lo spettatore coautore, tra cui “Voice Piece for Soprano” e “Draw Circle Painting”, quest’ultima pienamente compiuta solo attraverso la partecipazione del pubblico. La mostra include inoltre ambienti partecipativi come “A MAZE”, un labirinto percorribile, ed “EN TRANCE”, una soglia architettonica concepita come prologo e proposizione. Attraversando questi lavori, il visitatore sperimenta come le istruzioni di Ono si traducano in situazioni incarnate — camminare, ascoltare, parlare, scegliere — per cui l’arte diventa una pratica di attenzione e di agenzia, più che un oggetto da contemplare.

Installation view of Yoko Ono’s Doors, 2011, at WAR IS OVER if you want it, MCA Sydney, Sydney, Australia, 2013. Photograph by Alex Davies © Yoko Ono

Lo sguardo del MUSAC non si limita ai capitoli storicizzati. L’inclusione di progetti più recenti mostra la continuità di temi che risuonano lungo l’intera carriera. “DOORS” e “INVISIBLE FLAGS” proseguono l’impegno di Ono per la pace, l’immaginazione sociale e la rilettura di strutture e simboli familiari. Come nelle opere precedenti, anche qui l’artista ricorre a indicazioni concise e gesti essenziali, invitando a considerare in che modo uno spostamento di percezione possa aprire uno spazio di riflessione collettiva.

Il cinema, asse fondamentale della sua pratica, è presentato in una costellazione mirata. Titoli realizzati in autonomia e in collaborazione con John Lennon — tra cui “Rape”, “Fly” e “Freedom” — mettono in primo piano questioni che attraversano l’intera produzione: intimità ed esposizione; politica dello sguardo e dell’essere guardati; elasticità della percezione nel tempo. Accostati alle opere-istruzione e agli ambienti partecipativi, questi film chiariscono la coerenza transmediale del metodo di Ono. Che si tratti della pagina, della sala o dello schermo, l’opera nasce spesso dal linguaggio: un enunciato breve, una partitura, una consegna che stabilisce le condizioni di un evento. Il risultato è meno un prodotto finito che una situazione attivata.

La presentazione di León si inserisce in una più ampia rilettura istituzionale dell’eredità di Ono. Grandi musei hanno recentemente dedicato mostre di vasta portata al suo lavoro, segnale della sua attualità nei dibattiti su partecipazione, autorialità, attivismo e funzione sociale dell’arte. In questo contesto, il progetto del MUSAC funziona insieme da introduzione per nuovi pubblici e da approfondimento per i conoscitori, collocando l’artista non ai margini del secondo dopoguerra, ma nel suo nucleo concettuale e performativo.

Un essenziale inquadramento biografico aiuta a comprendere l’evoluzione del dispositivo a istruzioni che anima la mostra. Nata a Tokyo, Ono trascorre anni formativi negli Stati Uniti prima di stabilirsi a New York. Prima donna ammessa al corso di filosofia dell’Università di Gakushuin, studia poi al Sarah Lawrence College. All’interno di comunità intrecciate di artisti e compositori sviluppa una pratica che privilegia idee e partiture rispetto all’oggetto convenzionale, invitando lo spettatore a mettere l’opera in atto.

Nel Lower Manhattan, Ono affitta un loft dal quale, insieme al compositore La Monte Young, organizza azioni ed eventi centrali per la nascente scena sperimentale della città. La sua prima personale, all’AG Gallery, presenta gli “Instruction Paintings”, tra cui la ormai emblematica “Painting to Be Stepped On”, e al Carnegie Recital Hall esegue lavori che intrecciano movimento, suono e voce. Tornata a Tokyo, propone nuove performance al Sogetsu Art Center e consolida un passaggio decisivo verso l’opera-istruzione: lavori costituiti esclusivamente da indicazioni scritte che sostituiscono l’oggetto materiale con l’idea. In questo periodo partecipa a una tournée con John Cage e David Tudor, approfondendo l’intersezione tra arte e musica sperimentale. Il volume Grapefruit distilla lo spirito di questo approccio in una raccolta di partiture.

Rientrata a New York, Ono continua a organizzare eventi e interventi postali e pubblicitari, scrive sceneggiature filmiche basate su istruzioni e realizza cortometraggi. Le sue successive esperienze a Londra la inseriscono nel circuito di artisti attorno al Destruction in Art Symposium e danno luogo a mostre presso Indica e Lisson. Oggetti concettuali come White Chess Set, Apple e Half-A-Room convivono con una nuova versione di Film No. 4 (Bottoms) e con una serie di performance riunite sotto il titolo “Music of the Mind”. Alla Indica Gallery incontra John Lennon, con cui avvia una collaborazione creativa che abbraccia arte, cinema e musica e assume forme di attivismo visibili nello spazio pubblico e mediatico.

Accanto a Lennon, le strategie concettuali di Ono si ampliano in iniziative pacifiste di grande visibilità, tra cui la campagna “WAR IS OVER! If you want it” e i Bed-Ins for Peace. Queste azioni portano la logica dell’istruzione nella sfera civica: un appello a immaginare e sperimentare relazioni sociali diverse. Negli anni successivi l’artista pubblica più album — in solo e in collaborazione — e realizza film come FLY, Freedom, Rape, Apotheosis e Imagine, oltre a organizzare esperimenti museali che interrogano i confini tra istituzione e gesto concettuale. La musica, sottolinea l’artista, è stata un ancoraggio in un periodo segnato da forti turbolenze personali.

Il riconoscimento istituzionale per il suo lavoro visivo cresce in modo costante. Una presentazione al Whitney Museum segna un rinnovato interesse, seguita dalla retrospettiva itinerante Yes Yoko Ono, organizzata dalla Japan Society Gallery e ospitata in numerose sedi internazionali. In Islanda, l’IMAGINE PEACE TOWER istituisce un monumento permanente all’impegno condiviso per la pace. Si aggiungono un importante riconoscimento alla carriera alla Biennale di Venezia e nuovi album che rileggono e reinterpretano materiali di epoche diverse. Grandi mostre al Museum of Modern Art di New York, al Museum of Contemporary Art di Tokyo, alla Tate Modern di Londra e alla Neue Nationalgalerie di Berlino confermano la perdurante rilevanza del suo lavoro.

Nelle sale del MUSAC, la sequenza curatoriale lega con precisione la scala intima di un’istruzione a quella architettonica di un ambiente. Il passaggio d’ingresso di “EN TRANCE” funge da cerniera: un’ouverture che condensa — soglia, trasformazione, gioco — le preoccupazioni della mostra in un’esperienza spaziale. “A MAZE” traduce analogamente la logica di una breve partitura nel movimento del corpo, invitando il pubblico a esplorare anziché limitarsi a osservare. In questo senso, la presentazione funziona come un vademecum su come le idee di Ono attraversino i formati: una singola istruzione può generare un’azione parlata, un gesto filmato, un’installazione ambientale o una proposta discreta su carta capace di attivare l’immaginazione del lettore.

Il filo conduttore non è soltanto formale. L’insistenza di Ono sul fatto che l’arte possa essere un veicolo di immaginazione sociale sostiene l’insieme dei lavori esposti. “DOORS” riposiziona un oggetto quotidiano come passaggio tra stati — privato e pubblico, chiuso e aperto —, mentre “INVISIBLE FLAGS” riduce un simbolo politico alla sua idea minima, invitando a riflettere su appartenenza, nazione e responsabilità. Queste opere non prescrivono che cosa pensare; propongono piuttosto di considerare come piccoli spostamenti della percezione, ripetuti su larga scala, possano modificare il tessuto della vita condivisa. Il merito della presentazione sta nel mantenere leggibile questa ambizione nel tempo e tra i media senza ricorrere all’effetto spettacolare: un argomentare ampio costruito con economia di mezzi.

Nel complesso, “Yoko Ono. Insound and Instructure” mette in evidenza una pratica che si è orientata precocemente verso la smaterializzazione senza abbandonarne le implicazioni sociali. Dispiegando istruzioni, partiture e proposte tra film, suono e spazio, la mostra dimostra come un’opera possa restare aperta — concettualmente, politicamente e formalmente — pur conservando una struttura chiara. Al tempo stesso riafferma il ruolo del pubblico come collaboratore, estendendo l’autorialità verso l’esterno. Questa proposta, centrale nell’opera di Ono, è anche l’argomento più costante della mostra: l’arte come catalizzatore per immaginare e mettere alla prova il cambiamento, a partire dal gesto semplice di prestare attenzione a un’istruzione e decidere che cosa fare dopo.

Luogo e date: MUSAC, Museo de Arte Contemporáneo de Castilla y León — mostra aperta dall’8 novembre al 17 maggio 2026. A cura di Jon Hendricks, Connor Monahan e Álvaro Rodríguez Fominaya.

Installation view of Yoko Ono’s Imagine Map Piece, 2003, at WAR IS OVER if you want it, MCA Sydney, Sydney, Australia, 2013. Photograph by Alex Davies © Alex Davies

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MUSAC presenta “Yoko Ono. Insound and Instructure”

Descubre la obra de Yoko Ono en MUSAC
Lisbeth Thalberg

MUSAC —Museo de Arte Contemporáneo de Castilla y León— presenta un amplio recorrido por la práctica de Yoko Ono, que reúne más de setenta obras en aproximadamente 1.700 metros cuadrados para trazar una trayectoria que transita con fluidez entre la performance, el arte conceptual y participativo, el cine, el sonido, la instalación, la pintura y la fotografía. El título de la exposición, “Yoko Ono. Insound and Instructure”, remite a un momento temprano en la trayectoria de la artista y sintetiza la premisa central del proyecto: la fusión del sonido con la forma basada en instrucciones que ha sustentado su trabajo durante décadas. Aquí, la primacía de la idea —el arte articulado como propuesta, partitura o invitación— prevalece sobre la materialidad del objeto.

Comisariada por Jon Hendricks, Connor Monahan y Álvaro Rodríguez Fominaya, la muestra se presenta como el despliegue más extenso de Ono en España en los últimos años. El recorrido propuesto por los comisarios va de los periodos formativos a las etapas de madurez, poniendo en diálogo piezas canónicas con entornos participativos y obras más recientes. A lo largo del itinerario, no solo se ofrece una panorámica de medios, sino también un hilo conductor que vertebra la obra de Ono: el papel activo del público a la hora de realizar o completar la obra.

Installation view of Yoko Ono’s Doors, 2011, at WAR IS OVER if you want it, MCA Sydney, Sydney, Australia, 2013. Photograph by Alex Davies © Yoko Ono

La selección destaca varios hitos tempranos que moldearon el lenguaje de la performance y del arte conceptual. “Cut Piece” se sitúa en conversación con otras obras basadas en instrucciones que convierten al espectador en coautor, como “Voice Piece for Soprano” y “Draw Circle Painting”, esta última dependiente de la participación pública para existir plenamente. La exposición incorpora además entornos participativos como “A MAZE”, un laberinto transitable, y “EN TRANCE”, un umbral arquitectónico concebido como prólogo y proposición. Al atravesar estas piezas, el visitante experimenta cómo las instrucciones de Ono se despliegan en situaciones encarnadas —actos de caminar, escuchar, hablar o decidir— mediante las cuales el arte se convierte en una práctica de atención y agencia antes que en un objeto para contemplar.

MUSAC no limita su alcance a los capítulos más célebres. La inclusión de proyectos recientes evidencia la continuidad de motivos que resuenan a lo largo de décadas. “DOORS” e “INVISIBLE FLAGS” prolongan la sostenida implicación de Ono con la paz, la imaginación social y la resignificación de estructuras y símbolos cotidianos. Como en su producción anterior, estas instalaciones recurren a gestos concisos y directivos mínimos que invitan a considerar de qué modo un cambio de percepción puede abrir un espacio para la reflexión colectiva.

El cine, eje fundamental de su práctica, aparece aquí en una constelación acotada. Títulos realizados de forma independiente y en colaboración con John Lennon —entre ellos “Rape”, “Fly” y “Freedom”— subrayan cuestiones presentes en el conjunto de su obra: la intimidad y la exposición, la política de la mirada y de ser mirado, la elasticidad de la percepción en el tiempo. Presentadas junto a piezas-instrucción y entornos participativos, estas películas clarifican la coherencia transmedial del método de Ono. Ya sea en la página, en la sala o en la pantalla, las obras suelen arrancar del lenguaje: un enunciado breve, una partitura, una consigna que establece las condiciones para un acontecimiento. El resultado no es tanto un producto cerrado como una situación activada.

La presentación en León se enmarca en una relectura institucional más amplia del legado de Ono. Grandes museos han dedicado recientemente exposiciones de envergadura a su trabajo, señal de su vigencia en debates contemporáneos sobre participación, autoría, activismo y función social del arte. En este contexto, el proyecto de MUSAC funciona como introducción para públicos nuevos y como encuentro en profundidad para quienes ya conocen las piezas clave, situando a la artista no en los márgenes de la posguerra, sino en el núcleo conceptual y performativo de ese periodo.

Un marco biográfico conciso ayuda a contextualizar la evolución del método basado en instrucciones que anima la exposición. Nacida en Tokio, Ono pasó etapas formativas en Estados Unidos antes de establecerse en Nueva York. Fue la primera mujer admitida en el programa de Filosofía de la Universidad de Gakushuin y posteriormente estudió en Sarah Lawrence College. Integrada en comunidades entrelazadas de artistas y compositores, desarrolló una práctica que privilegiaba ideas y partituras frente a objetos convencionales, invitando al espectador a poner la obra en acto.

En el Lower Manhattan neoyorquino alquiló un loft desde el que, junto con el compositor La Monte Young, organizó acciones y eventos centrales para la emergente escena experimental de la ciudad. Su primera individual, en AG Gallery, presentó “Instruction Paintings”, entre ellas la hoy emblemática “Painting to Be Stepped On”, y realizó una actuación en Carnegie Recital Hall con obras que combinaban movimiento, sonido y voz. De regreso a Tokio ofreció nuevas performances en el Sogetsu Art Center y consolidó un giro decisivo hacia la obra-instrucción: piezas constituidas exclusivamente por indicaciones escritas que sustituyen el objeto material por la idea. En este periodo también realizó una gira con John Cage y David Tudor, que afianzó la intersección entre su arte y la música experimental. El libro Grapefruit destiló el espíritu de este enfoque en un volumen de partituras.

De vuelta en Nueva York, Ono continuó organizando eventos, intervenciones por correo y publicidad, y escribió guiones fílmicos basados en instrucciones mientras dirigía cortometrajes propios. Su invitación a Londres la situó en el entorno del Destruction in Art Symposium y desembocó en exposiciones en Indica y Lisson. Obras-objeto conceptuales como White Chess Set, Apple y Half-A-Room convivieron con una nueva versión de Film No. 4 (Bottoms) y con la serie de actuaciones “Music of the Mind”. En Indica Gallery conoció a John Lennon, con quien inició una colaboración creativa que abarcaría arte, cine y música, así como formas de activismo visibles en el espacio público y mediático.

Junto a Lennon, las estrategias conceptuales de Ono se expandieron en iniciativas de paz de gran visibilidad, entre ellas la campaña “WAR IS OVER! If you want it” y las Bed-Ins for Peace. Estas acciones llevaron la lógica de la instrucción a la esfera cívica: una llamada a imaginar y ensayar relaciones sociales distintas. En los años siguientes, la artista publicó varios álbumes —en solitario y en colaboración— y realizó películas como FLY, Freedom, Rape, Apotheosis e Imagine, además de organizar experimentos museísticos que cuestionaban los límites entre institución y gesto conceptual. La artista ha señalado la música como un anclaje en un periodo vital marcado por turbulencias.

El reconocimiento institucional de su obra visual creció de forma sostenida. Una presentación en el Whitney Museum marcó un renovado interés, seguida de la retrospectiva itinerante Yes Yoko Ono, organizada por Japan Society Gallery y presentada en numerosos espacios internacionales. En Islandia, la IMAGINE PEACE TOWER estableció un monumento permanente al compromiso compartido por la paz. A ello se sumaron un importante galardón a toda su carrera en la Bienal de Venecia y nuevos álbumes que revisitaron y reinterpretaron materiales de distintas épocas. Exposiciones de gran escala en The Museum of Modern Art (Nueva York), el Museum of Contemporary Art (Tokio), Tate Modern (Londres) y la Neue Nationalgalerie (Berlín) han reafirmado la relevancia de su trabajo en el debate contemporáneo.

En las salas de MUSAC, la secuencia curatorial traza con precisión el paso de la escala íntima de una instrucción a la escala arquitectónica de un entorno. El pasaje de entrada de “EN TRANCE” opera como bisagra: una obertura que condensa —umbral, transformación, juego— las preocupaciones de la exposición en una experiencia espacial. “A MAZE” traduce del mismo modo la lógica de una partitura breve al movimiento del cuerpo, invitando al público a desplazarse y no solo observar. En este sentido, la muestra funciona como un manual sobre cómo las ideas de Ono atraviesan formatos: una sola instrucción puede dar lugar a una acción hablada, a un gesto filmado, a una instalación de sala o a una proposición silenciosa impresa en papel que activará la imaginación del lector.

El hilo conductor no es únicamente formal. La insistencia de Ono en que el arte puede ser un vehículo de imaginación social sostiene el abanico de obras reunidas. “DOORS” replantea un objeto cotidiano como un pasaje entre estados —privado y público, cerrado y abierto—, mientras que “INVISIBLE FLAGS” reduce un símbolo político a su idea mínima, invitando a reflexionar sobre pertenencia, nación y responsabilidad. Estas obras no prescriben qué pensar; proponen al espectador considerar cómo pequeños desplazamientos de percepción, repetidos a escala, pueden modificar el tejido de la vida compartida. El mérito de la presentación reside en mantener legible esa ambición a lo largo del tiempo y los medios sin recurrir al espectáculo: un argumento amplio construido desde la economía de medios.

En conjunto, “Yoko Ono. Insound and Instructure” muestra una práctica que se orientó tempranamente hacia la desmaterialización sin abandonar las implicaciones sociales de ese gesto. Al desplegar instrucciones, partituras y propuestas en cine, sonido y espacio, la exposición demuestra cómo una obra puede permanecer abierta —en lo conceptual, lo político y lo formal— sin perder estructura. Al mismo tiempo, reafirma el papel del público como colaborador y extiende la autoría hacia afuera. Esa propuesta, central en la obra de Ono, es también el argumento sostenido de la exposición: el arte como catalizador para imaginar y ensayar cambios, a partir del acto sencillo de atender a una instrucción y decidir qué hacer después.

Lugar y fechas: MUSAC, Museo de Arte Contemporáneo de Castilla y León — exposición abierta del 8 de noviembre al 17 de mayo de 2026. Comisariado: Jon Hendricks, Connor Monahan y Álvaro Rodríguez Fominaya.

Installation view of Yoko Ono’s Imagine Map Piece, 2003, at WAR IS OVER if you want it, MCA Sydney, Sydney, Australia, 2013. Photograph by Alex Davies © Alex Davies

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